Dialogo tra il vescovo e i giovani sul Vangelo di domenica 24 agosto

Il passo del Vangelo secondo Matteo di domenica 24 agosto ci presenta Gesù che chiede ai discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
Su questo passo del Vangelo si confrontano il nostro arcivescovo, mons. Francesco Alfano, e i giovani delle Suore Salesiane Fma.
 
La prima domanda parte dal fatto che “Gesù ordinò ai discepoli di non dire che Lui era il Cristo. Perché?”.
“Ogni volta che sentiamo questo passo del Vangelo – afferma mons. Alfano – restiamo un po’ sconcertati. Gesù è venuto per portarci l’annuncio dell’amore di Dio, ma quando Pietro lo riconosce come Messia Gesù ferma i discepoli. Storicamente una spiegazione c’è: ai tempi di Gesù molti attendevano il Messia, ma le attese erano diverse: un Messia potente, politicamente forte, giudice della fine del mondo che viene a fare piazza pulita di tutto il male oppure spirituale. Gesù, in qualche modo, ha ‘deluso’ tutte le attese perché le ha superate, andando ben oltre. Di ognuna ha colto qualcosa, ma il Suo modo di essere Messia è stato diverso. Allora, doveva preparare le folle e i discepoli a seguire Cristo Messia Crocifisso, che attraverso l’esperienza del dolore, del rifiuto e del fallimento ama e apre agli uomini la possibilità dell’incontro con Dio. La morte e la risurrezione in cui noi crediamo non è una cosa facile. Forse il divieto di parlare fino al momento in cui si è mostrato Messia Crocifisso e Risorto vale in qualche modo anche per noi, che a volta ci avviciniamo a Gesù in modo un po’ approssimativo e superficiale, cogliendo solo quello che ci interessa o desideriamo. È bene nel nostro cammino di discepoli seguire Gesù e fare nostro il Suo messaggio e la Sua proposta, per poi annunciare agli altri il Gesù vero. Anche nel rifiuto, nel dolore, in una storia piena di contraddizioni Gesù ha portato la luce che viene da Dio”.
 
La seconda domanda evidenzia che talvolta Pietro è rappresentato come dubbioso e altre volte pieno di fede: “I giovani si identificano di più nel primo Pietro o nel secondo?”.
“Credo – risponde l’arcivescovo – che non ci sia figura più simpatica e rappresentativa di Pietro per i giovani perché questo continuo alternarsi nelle esperienze di Pietro, un giorno ha paura, un giorno è deciso, proprio questa fatica di avere una linea comune e chiara, la difficoltà a seguire con fedeltà, rappresenta l’esperienza di fede di tutti, ma soprattutto dei giovani. Interpreta, infatti, la debolezza, la fragilità, l’incertezza di un giovane che è alla ricerca di punti di riferimento e mai come oggi sembra trovarne pochi, nella società, nell’ambiente in cui vive e talvolta persino nella Chiesa. Pietro allora è vicino ai giovani e dice: se continuate a guardare Gesù, malgrado le contraddizioni, persino il rinnegamento, potrete vivere un’ottima esperienza. Pietro chiama in causa anche la Chiesa: come sta vicino ai giovani? Invece di giudicarli, li sa amare? La comunità sa accoglierli, sostenerli, capire le loro difficoltà? Pietro ci rappresenta tutti, ci stimola tutti e ci mette anche un po’ in crisi perché insieme con lui solo se seguiamo Gesù saremo in grado di annunciare il Vangelo della gioia, soprattutto ai giovani, in modo che siano poi i primi evangelizzatori tra i loro coetanei”.