Dialogo tra il vescovo e i giovani sul Vangelo di domenica 31 agosto

Il passo del Vangelo secondo Matteo di domenica 31 agosto ci presenta Gesù che spiega ai suoi discepoli di dover andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prende in disparte e lo rimprovera dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, Gesù risponde a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Allora Gesù dice ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».
Su questo passo del Vangelo di Matteo si confrontano il nostro arcivescovo, mons. Francesco Alfano, e i giovani del Cammino Neocatecumenale.
 
“Per noi giovani cosa significa perdere la vita in Cristo? E ritrovarla in Cristo?”, è la prima domanda.
“Perdere non è bello per nessuno – afferma il presule -, indica una sconfitta, trovarsi privi di qualcosa, mentre ritrovare è bello. Un giovane sa questo, perché ne fa esperienza. Anzi i giovani, come o più degli adulti, fanno esperienza continue di sconfitte e piccole vittorie. Il problema è riconoscerle, parlarne e aiutarsi. Cosa vuol dire allora perdere la vita per Gesù? Bisogna ancora una volta non solo ascoltare le parole di Gesù, ma mettersi dietro a Lui, come discepoli. Perdere la vita per Gesù ha significato non cercare nulla per sé. In questo senso, non l’ha persa solo sulla croce, ma dall’inizio. Tutto ciò che ha fatto e detto, tutte le persone che ha incontrato, i gesti che ha compiuto sono stati sempre e solo per la gloria di Dio e per la salvezza dei fratelli, che ha servito fino alla fine. Perdere la vita, allora, significa riconoscere che la vita non è nostra, è un dono che viene da Dio. Dobbiamo custodirla come dono, non dobbiamo sentirci padroni. Certo, questo è più difficile da accettare nella cultura contemporanea, che vuole farci credere che ci si realizza se si comanda. Perdere vuol dire riconoscere che tutto hai ricevuto e quindi puoi condividere tutto con gli altri. Gli altri sono importanti come te. La vita non è tua: più la vivrai insieme con chi ti sta accanto, riconoscendolo come fratello, più sarai felice perché riconoscerai nell’altro il dono che Dio ti ha fatto per vivere. Non puoi vivere da solo: ecco, come la ritrovi la vita”.
 
La seconda domanda evidenzia che “il mondo è pieno di bellezze e attrattive. Come possiamo coniugare il nostro impegno civile e morale nella società e unirlo al nostro impegno di salvare l’anima?”.
“Sembrano in contraddizione il nostro rapporto con Dio e il mondo – ha osservato mons. Alfano -. I cristiani hanno espresso in modo chiaro che noi viviamo nel mondo, ma non apparteniamo al mondo, non ne siamo schiavi. Quello che Gesù ci chiede è di vere tutte le realtà umane, anche apprezzandole, ma senza cadere in una logica di schiavitù e di dipendenza. Come cristiani viviamo la realtà con consapevolezza e responsabilità, ma nella libertà dei figli di Dio. vivere la vita in pienezza vuol dire apprezzare tutto, godere di tutto, senza, però, porre il cuore nelle cose. Il nostro cuore è in Dio e trova pace solo in Lui. Un giovane che scopre questo diventa Vangelo vivente, annuncio di speranza, di gioia e di vita anche per i suoi coetanei. Questa è la vostra missione e noi cerchiamo di non lasciarvi soli”.