Mons. Alfano: accogliamo la parola del Padre nella nostra vita

Domenica 6 agosto ci presenta un passo del vangelo di Matteo:
 
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». 
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».
 
Su questo passo del Vangelo, ci offre una riflessione, il nostro arcivescovo, mons. Francesco Alfano:
 
La festa della Trasfigurazione rende questa domenica estiva ancora più significativa per noi come discepoli del Signore, come Pietro, Giacomo e Giovanni, siamo invitati non solo oggi ma ogni domenica. Ogni volta che ascoltiamo la sua voce a seguirlo. L’eucarestia domenicale è per noi qualcosa di simile e Gesù portò i discepoli su un alto monte, un’esperienza intensa, forte. L’avevano già seguito, riconosciuto, ma come accoglierlo per le sue esigenze e per il mistero che portava in se? Non solo un profeta, il figlio del Dio vivente. Gesù più che con le parole, lo mostra attraverso questa esperienza unica, lì sul monte dove i discepoli colgono l’intervento di Dio che lo trasforma, lo trasfigura, o meglio fa mostrare, fa venire fuori ciò che Gesù porta nel suo cuore: la bellezza di Dio. Per il legame unico che lo unisce come figlio al Padre, la bellezza che si manifesta nel volto splendente, luminoso, nelle vesti che rimandano non a qualcosa di umano ma di perfetto e di divino. A chi è accanto a lui a rappresentare tutto il cammino del popolo di Dio, la legge, i profeti con Mosè ed Elia, non è una rappresentazione fantasiosa, è un invito a fissare lo sguardo su Gesù. Gli apostoli restano incantati, affascinati, proprio come noi quando siamo davanti a Gesù e cogliamo la bellezza della sua presenza. Perciò Pietro che non sa cosa dire propone di rimanere lì tanto è bello, di fare delle capanne come usavano nelle grandi feste gli ebrei per questi tre personaggi così importanti. Di non andar via più, li aspettava Gerusalemme la grande prova, del rifiuto, della condanna, dell’avversione. La tentazione di bloccare quel momento e di non affrontare le difficoltà. Ecco la voce che ascoltano perché Gesù è venuto per questo: non solo per farci gustare la bellezza di Dio come quando nella liturgia celebriamo, cantiamo, ascoltiamo la sua parola ma per cogliere in tutti gli eventi, nei segni e nelle parole la parola del Padre. Hanno ascoltato la parola di Dio che indica Gesù come il figlio. Lo mostra come colui sul quale poggia tutto l’amore del Padre, tanto è stretto il rapporto tra i due. Non si possono separare. Invita coloro che sono davanti a Lui ad ascoltarlo, sempre, ovunque, qualunque cosa egli ci dirà. Il frutto dell’esperienza quando i discepoli scendono in silenzio con Gesù ritornato oramai alla normalità della vita di ogni giorno sarà conservare quanto hanno visto e udito nel cuore. Nel momento culminante della passione, quando non ce la faranno proprio come noi a seguirlo, potranno avere la forza dalla gioia di quell’incontro. Superare la croce, da prendere e portare come il maestro ed entrare nella gioia della resurrezione anche se non ancora in modo pieno. E’ la missione della chiesa ed è quello che anche a noi è chiesto di fare ed annunciare con la nostra vita.