Mons. Alfano: “Amare è servire e coinvolge tutti”

Domenica 28 ottobre ci presenta un passo del vangelo di Marco:

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

Su questo passo del Vangelo, ci offre una riflessione, il nostro arcivescovo, mons. Francesco Alfano:

“Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me”.

Queste parole che l’evangelista Marco ci riporta, sono una preghiera semplice e profonda, che un uomo povero e cieco rivolge a Gesù. Mentre tutta la folla con i discepoli lo segue in questo corteo processionale che da Gerico, città antica e cara al popolo di Israele, porta verso Gerusalemme, lì ai margini della strada non può far parte del popolo in cammino. È un emarginato, che non attendo nulla ed è impedito in tutto a causa della sua deformazione: non vede la luce, non vede i volti, non vede la bellezza e la grandezza di ciò che gli sta attorno, non può riconoscere nulla e prega. Prega perché evidentemente il passaggio di Gesù è qualche cosa che lo ha smosso, che gli ha riaperto la fiducia, non si lascia sfuggire l’occasione. Ha un ostacolo grande, la folla, il chiasso, la distrazione, e allora lui alza la voce. Grida. Quanto è forte questa supplica e come ci interpella nella difficoltà, nell’emarginazione oggi, attorno a noi su tutta la faccia della terra. Questo grido sale dalla terra al cielo e Gesù lo ascolta, ferma il corteo. Coinvolge coloro che, distratti, affascinati dalla sua presenza, non attenti alla sofferenza degli altri, lo hanno zittito, li coinvolge. “Chiamatelo!” Sì, è l’invito del Signore. La sua chiamata passa con la nostra collaborazione, è il cambiamento, la nostra conversione, non possiamo seguire Gesù e dimenticare, ignorare, girare la faccia dall’altra parte nei confronti di coloro che stanno ai margini e soffrono. E questo accade. Gli portano il coraggio, gli portano l’entusiasmo, ad alzarsi. È chiamato anche lui dal Signore, la gioia di Bartimeo, che lascia il mantello, scatta in piedi e va da Gesù, è la gioia di tutti, non si gioisce da soli. Il Signore crea comunità. Ed eccoli insieme, Gesù e il cieco di Gerico: “Cosa vuoi che io faccia per te?” È venuto per questo il Signore, per servire i poveri. Non va a Gerusalemme per sé, nemmeno solo per dei privilegiati. Va per tutti i peccatori, gli emarginati e i rifiutati della terra. “Che io veda, Rabbunì” Si, nient’altro che questo e la fede lo salva. E può partecipare anche lui a questo corteo trionfale che dovrà imparare da Gesù che amare è servire, senza lasciare nessuno fuori da questa grande gioia.