Mons. Alfano: “Apriamoci al disegno di Dio per testimoniare il suo amore”

Domenica 15 aprile ci presenta un passo del vangelo di Luca:
 
In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».
 
Su questo passo del Vangelo, ci offre una riflessione, il nostro arcivescovo, mons. Francesco Alfano:
Nelle prime domeniche di Pasqua, la liturgia insiste nell’invitarci ad andare con la mente e con il cuore nel cenacolo dove tutto è cambiato, dove i discepoli che avevano lasciato Gesù prima di morire nella cena dell’addio, con la tristezza nel cuore, l’incomprensione e poi lo ritrovano da Risorto. Ma che fatica. Oggi ascoltiamo ancora tutto il cammino faticoso, credere quando i testimoni annunciano e raccontano i discepoli che ritornano da Emmaus, lo hanno visto, hanno mangiato con Lui. Quanto è difficile credere, fidarsi degli altri e come è necessario per loro, come per noi, anche fare un’esperienza diretta, personale. Ed eccolo Gesù, il Risorto, in mezzo a loro. Non è semplicemente una visione, un’apparizione, è una presenza. E’ il Risorto che continua a stabilire, ad approfondire, quel rapporto già avviato prima. Così anche per noi non è un’idea o un sentimento il Signore, è una presenza che si impara a riconoscere. Non è stato facile per loro lo stupore, il timore, la paura, l’incredulità. Sono sentimenti che conosciamo bene. Sono fasi del cammino alla nostra apertura alla fede, che ci riguardano tutti da vicino. E Gesù li aiuta innanzitutto mostrando i segni della sofferenza. Le mani, i piedi, il costato, sono i segni di quella passione attraverso i quali il figlio dell’uomo ha condiviso e  condivide tutto di noi. Non è Gesù lontano, indifferente o che ha preso su di se la nostra sofferenza solo nel momento della sua croce. Rimane legato a noi, ogni situazione di sofferenza ce lo fa conoscere da una parte. Dall’altra Gesù chiede di mangiare, perché per la gioia ancora non credevano e chiede di mangiare qualcosa. Gli offrono una porzione di pesce arrostito. Si incontra il Signore solo nella condivisione, sedendoci a mensa nell’eucarestia, nella vita di ogni giorno non creando separazioni, superando le ingiustizie, aprendoci a coloro che sono privi del cibo materiale o del cibo della vita – l’amicizia, l’amore, il lavoro, la giustizia, la pace, la dignità, la libertà. Quanto è importante allora vivere e vivere bene? Gesù così li aiuta e poi ancora la Parola. Spiega, annuncia, commenta le scritture, fa comprendere in profondità il mistero che ha vissuto. Più ci si apre al disegno di Dio – lo disse in quel momento ai discepoli e lo dice oggi a noi – più si diventa suoi testimoni. La Pasqua è quel racconto contagioso che trasforma decisamente la nostra vita.