Mons. Alfano: “Apriamoci alla bella notizia dell’amore di Dio”

Domenica 8  luglio ci presenta un passo del vangelo di Marco:

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Su questo passo del Vangelo, ci offre una riflessione, il nostro arcivescovo, mons. Francesco Alfano:

Gesù nella sua patria. Il vangelo ce lo presenta così, ritorna a casa, ritrova i suoi. L’evangelista Marco, in modo particolare, è in modo particolare attento a Gesù e alla sua casa, alla sua terra, alla sua gente. Il sabato nella sinagoga, egli è li, a proclamare il regno di Dio, a parlare con le sue parole ma con la sua presenza. Insegna, con le autorità che gli viene da Dio e che porta a tutti la serenità, la forza, il perdono, la vita nuova. La gente lo ascolta meravigliata, lo conoscono, sono presi dallo stupore, come si può rimanere indifferenti dinanzi ad una parola così autorevole. Eppure, dinanzi a questo insegnamento che è sapienza divina cominciano a porsi delle domande. “Da dove la prende questa forza?” e come si spiegano questi prodigi di cui è piena la cronaca di questi giorni. Le domande nate dallo stupore si trasformano in perplessità, purtroppo, in chiusura. Chiudono il cuore e trovano addirittura in lui un inciampo, un ostacolo, che la bibbia chiama un ostacolo per arrivare fino a Dio. Sembra un contrasto netto e forte fra Lui, le cose belle che dice e che fa e Dio che conosciamo attraverso le scritture e i maestri che ce li trasmettono. Conosciamo la sua famiglia, la madre, conosciamo il suo lavoro da falegname, conosciamo il suo parentado, i fratelli, le sorelle, quelli che appartengono alla sua famiglia di sangue. Come può venire direttamente da Dio tale insegnamento? Gesù ricorda che, come dice la scrittura e la sapienza popolare, il profeta non viene mai accettato tra la sua gente, anzi egli fa lì l’esperienza del disprezzo, del rifiuto. Una nota amara, lì dove ci saremmo aspettati, invece la festa, fino all’orgoglio patriottico. Potrà compiere qualche gesto prodigioso nei confronti di qualche ammalato, ma anche Lui resta meravigliato di questa incredulità. Il vangelo ci mette dinanzi, allora, a un rischio fortissimo per quelli che sono più vicini a Gesù, per noi che lo frequentiamo quotidianamente, attraverso il vangelo, i sacramenti, la vita di chiesa. Il rischio di dare per scontato, di ridurre questo annuncio straordinario e incredibile e di non aprirci attraverso di Lui, alla grande e bella notizia di un Dio che ci ama e che si è fatto così piccolo da venire in mezzo a noi e stare con noi per darci gioia.