Mons. Alfano: Chi è attaccato ai suoi averi non potrà mai essere mio discepolo.

Dal vangelo secondo Luca

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:

«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Su questo passo del Vangelo, ci offre una riflessione, il nostro arcivescovo, mons. Francesco Alfano:

Durante il viaggio di Gesù verso Gerusalemme, l’evangelista annota che  tanti lo seguivano. Dovrebbe essere un momento di entusiasmo, Gesù dovrebbe essere contento, invece interviene con delle osservazioni che potrebbero addirittura scoraggiarci, si tratta di individuare le modalità precise per essere suoi discepoli. È così che Gesù ci viene in aiuto, senza ingannarci, senza scendere a compromessi: se uno viene a me e vuol essere mio discepolo e non mi ama più di quanto ami il fratello, la sorella, il marito, la moglie, il padre, la madre e perfino la propria vita, non è un vero discepolo. È una condizione molto esigente, ma d’altra parte non c’è un modo diverso per decidere di stare con lui.

Il discepolo riconosce in Gesù il vero unico maestro, colui per il quale vale la pena, non disprezzare le altre persone gli altri affetti o se stessi,  ma rileggerli alla luce della sua presenza. È un amore grande quello per il Signore un amore unico, assoluto nel quale possiamo recuperare tutti gli altri. Gesù aggiunge: chi vuol essere mio discepolo prende la sua croce e la porta dietro di me, con fedeltà, con costanza, non si scoraggia, non si sente condannato, si sente messo nella condizione di poter continuare a amare. Insomma il discepolo segue il maestro perché ama essendo amato.

Gesù racconta due piccole parabole: la parabola di chi deve costruire una torre, e si fa bene i calcoli, perché se avvia la costruzione e poi non avendo calcolato la spesa, non avendo i mezzi a sufficienza si ferma a metà, non solo farà una brutta figura, ma non realizzerà la sua opera.

L’altra di chi parte per la guerra e deve fare i conti con il re avversario che ha molte più forze a disposizione. Insomma parabole che scuotono le coscienze ed invitano, non tanto a farsi i calcoli, perché essere discepolo non è frutto di calcoli, quanto a prendere sul serio la scelta a decidere di seguire il Signore impegnandosi con responsabilità senza fermarsi dinanzi agli ostacoli, che pure ci saranno e saranno gravi.

La conclusione di Gesù per loro, come per noi oggi, è molto forte e dobbiamo accoglierla con serietà, gratitudine e grande senso di responsabilità: chi è attaccato ai suoi averi non potrà essere mai mio discepolo nella libertà scegliamo di seguire sempre e solo lui.