Mons. Alfano: “L’uomo è immagine di Dio e non deve dimenticare le sue radici”

Domenica 22 ottobre ci presenta un passo del vangelo di Matteo:

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. 
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». 
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». 
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
 
Su questo passo del Vangelo, ci offre una riflessione, il nostro arcivescovo, mons. Francesco Alfano:
Il tributo a Cesare. La domanda alla quale Gesù deve rispondere è una domanda questa volta, evidentemente, posta a lui per metterlo alla prova, come Gesù stesso smaschera i suoi interlocutori. Evidentemente una discussione molto forte a suo tempo, questa imposizione da parte dei romani che non solo occupavano ma esigevano, togliendo la libertà e sfruttando, arricchendosi utilizzando le risorse anche economiche del popolo sottomesso. E’ lecito o no pagare il tributo a Cesare? La domanda che pongono a Gesù i discepoli dei farisei alleati, cosa paradossale, con gli Erodiani. E’ una domanda che è immediatamente smascherata da Gesù. Aldilà dell’elogio che gli fanno per il suo atteggiamento veritiero perché non si lascia condizionare da nessuno. Stanno cercando in qualche modo di tenersi Gesù dalla loro parte, per poi farlo cadere nel tranello che gli hanno posto. Una domanda tremendamente attuale, aldilà del contesto storico che certamente non è il nostro. Si, perché si tratta di capire che tipo di rapporto noi credenti, discepoli del Maestro, dobbiamo stabilire con tutte le realtà terrene. Noi che crediamo nel primato assoluto di Dio, in che termini ci impegniamo a vivere gli impegni quotidiani della nostra storia e le responsabilità fino a quelle politiche. La risposta di Gesù è chiara, come sempre, e sorprendente, liberante: annuncia ancora adesso il regno di Dio. Prima con un gesto, chiedendo di vedere una moneta, gliela mostrano ed evidentemente fanno capire che le utilizzano. Sono essi stessi in contraddizione, non liberi, non radicali nella loro scelta. Su questa moneta c’è un’immagine ed anche questo andava contro le regole religiose, rigide. Nessuna immagine doveva essere rappresentata perché era un’offesa grave all’unicità di Dio: l’immagine di Cesare. La risposta di Gesù è classica ed è rimasta come una massima: “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare. A Dio quello che è di Dio”. Bisogna stare attenti a non interpretare questa come una separazione tra il mondo sacro e il mondo profano, tra il terreno e il celeste. Gesù da una parte se rimanda a quella che noi oggi chiamiamo l’autonomia delle realtà terrene e quindi la responsabilità umana di ogni campo, di ogni azione che rimanda quanto è nelle possibilità dell’uomo. Dall’altra ci mette dinanzi al disegno di Dio, ogni espressione terrena e soprattutto l’uomo è immagine di Dio e rendere a Dio ciò che è di Dio significa, pur nel rispetto del creato, della storia, degli uomini, non dimenticare la radice, la sorgente, il fine ultimo della nostra esistenza. Insomma, il rispetto massimo e la dignità della nostra libertà. Questo perché veniamo da Dio e a Lui dobbiamo rendere conto.