Mons. Alfano: Non è la paura che ci deve prendere ma il bisogno di cambiare vita.

Domenica 4 dicembre – II domenica di Avvento – ci presenta un passo del vangelo di Matteo.
 
In quei giorni, venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!».
E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».
 
Su questo passo del Vangelo, ci offre una riflessione il nostro arcivescovo, mons. Francesco Alfano:
Conversione, è quello che predica Giovanni Battista alle folle che accorrono da Lui. Il vangelo di Matteo ce lo presenta così, un uomo rude che viene dal deserto con una vita dura, lo mostra anche dal modo in cui è vestito, risuona attraverso di lui la voce dei profeti. Soprattutto del grande profeta Isaia, come una voce nel deserto che grida verso tutti a raddrizzare una via, a ritornare su di una strada che porta fino a Dio, quel Dio che sta venendo incontro. Un frutto segno della conversione, lo esige Giovanni con la forza della sua testimonianza e con la violenza di una predicazione che scuote le coscienze soprattutto di quelli che, mettendosi insieme agli altri come i farisei, accettano il segno penitenziale del battesimo  ma pensano di stare già a posto. Non è così che ci si prepara alla venuta del messia. Giovanni ha chiara questa consapevolezza, con lui sono completati i tempi dell’attesa. Siamo giunti all’incontro, Dio mantiene la sua promessa. Il suo battesimo è un segno attraverso l’acqua del bisogno di purificazione, dell’impegno a cambiare vita, della revisione della propria esistenza, di un mondo che riconoscendosi segnato dal male attende con urgenza e fiducia il dono che Dio gli farà. “Il messia verrà, è Lui che battezzerà” annuncia Giovanni senza ancora conoscerlo e tutto ciò che è buono sarà ripreso. Se saremo ancora trovati, segnati, imprigionati dal male che ci circonda potremmo essere messi fuori. Giovanni è chiaro ed esplicito, netto e senza mezzi termini. La sua predicazione scuote le coscienze, quasi mette paura perché attende l’intervento forte da parte di Dio. Non è la paura che ci deve prendere ma il bisogno di cambiare vita. Non basta sostenere che siamo figli di Abramo, anche noi siamo credenti e pratichiamo secondo la tradizione religiosa, ciò che conta per accogliere il Signore che viene è la nostra vita fatta di rapporti autentici, di scelte coraggiose, di un desiderio di Dio che non ci mette mai contro gli altri ma accanto a loro per sperimentare la bontà di Dio che viene a donarci non solo ciò che ci manca ma la vita nuova, quella che il messia ha portato in questo mondo.