Mons. Alfano: “Non rimaniamo chiusi in noi stessi. Amiamo!”

Domenica 9 settembre  ci presenta un passo del vangelo di Marco:

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Su questo passo del Vangelo, ci offre una riflessione, il nostro arcivescovo, mons. Francesco Alfano:

Un sordomuto incontra Gesù.

Il vangelo ci presenta questo incontro tra i tanti, come un incontro speciale. Di questo uomo non sappiamo nulla, il nome, la storia, le condizioni, solo la sua difficoltà, la sua sofferenza: non può parlare, non può ascoltare. E’ bloccato nelle comunicazioni, una sofferenza grave, una sofferenza che lo tiene lontano dalla comunità, che non gli permette di vivere: non si vive quando non si comunica. Questo uomo diventa quasi simbolo della difficoltà che tutti possiamo sperimentare e che oggi si diffonde sempre così, in un mondo dove comunichiamo immediatamente con tutti corriamo il rischio di rimanere soli per mille motivi. Ed ecco quindi l’incontro tra Gesù e il sordomuto. Gliel’hanno portato, presentato. “Almeno lo tocchi, lo conforti, lo consoli un po’” e se può qualcosa in più. Gesù lo prende, lo accoglie, lo porta lontano dalla folla quasi ristabilendo il contatto diretto, personale che non riesce a vivere più. Che tenerezza da parte di Dio nei confronti nostri. Gesù lo manifesta non solo dedicandogli del tempo esclusivo tutto per lui ma anche facendogli sentire la vicinanza. Lo tocca, ecco il linguaggio proprio tattile, è sensibile l’incontro. Il primo modo attraverso cui quest’uomo può sentirsi valorizzato, accolto, amato. Gli fa sentire ancora di più la potenza dell’amore di Dio. Dopo aver compiuta i gesti tipici di quel tempo – la saliva, la lingua, si consideravamo elementi terapeutici – risuona forte il comando di Dio attraverso la sua voce: “Apriti, effatà”. Conosciamo anche la parola riportata nella lingua originale di Gesù, è un comando  che viene dall’alto ed entra nel cuore. Se rimaniamo chiusi in noi stessi, non incontriamo, non comunichiamo, non amiamo. E quest’uomo si apre, inizia a parlare, si scioglie la lingua, parla correttamente. Non è semplicemente un miracolo sensazionale, è il dono che Dio fa a noi tutti per mezzo di Gesù. Come la gente dirà dopo che ha ascoltato questo racconto, Gesù impone di non parlarne per evitare il sensazionalismo. Non si può tacere, perché Lui ha fatto veramente del bene ad ogni cosa e se fa udire ai sordi e parlare ai muti, è perché vuole farci vivere da fratelli e sorelle che dialogano, che si amano, che costruiscono vere comunità.