Mons. Alfano: non sciupiamo i nostri talenti, mettiamoli a servizio del prossimo

Domenica 19 novembre ci presenta un passo del vangelo di Matteo:
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: 
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. 
Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. 
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. 
Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. 
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. 
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».
 
Su questo passo del Vangelo, ci offre una riflessione, il nostro arcivescovo, mons. Francesco Alfano:
La parabola dei talenti è la più nota tra i vangeli. La richiamiamo tante volte pensando alle nostre qualità, ai talenti appunto come li chiamiamo, con i quali ci poniamo di fronte agli altri dinanzi alla vita. In realtà quando Gesù pronuncia questa parabola ci aiuta a comprendere come Dio guarda i suoi figli e come egli entra in rapporto con noi. Proprio perché attraverso il racconto molto conosciuto della parabola siamo posti dinanzi alle nostre responsabilità, ai doni che Dio ci ha fatto per vivere la nostra vita da figli suoi. E’ vero che ci poniamo tante domande dinanzi alla parabola, i servi ricevono dal re talenti non uguali – cinque, due, uno. In realtà Gesù utilizza questo linguaggio per parlare di beni immensi, i talenti erano delle somme inimmaginabili che nessuno poteva avere tra le mani. Dunque Gesù solo richiamando i talenti ci mette dinanzi a questa fondamentale verità: Dio ha affidato a ciascuno di noi dei doni straordinari. Non importa a chi più e a chi meno, non è quello il metro con cui Dio misura le nostre capacità. Ci affida dei doni grandi, ciascuno secondo le proprie possibilità e la missione che riceve. Doni straordinari per Lui che devono diventare importanti nella nostra vita, non li possiamo tenere per noi. E’ tutta la nostra vita che è una risposta a Dio per questi doni ed è importante che noi poi li presentiamo a Lui moltiplicati, proprio come fanno i servi quando torna il padrone. Servi fedeli che vengono premiati perché da cinque diventano dieci, da due sono diventati quattro. come ricordiamo, l’attenzione della parabola si ferma però sull’ultimo servo. Quello che avendo ricevuto un talento che non è assolutamente una cifra da poco piuttosto che impiegarla l’ha nascosta. Per paura lo riconsegna al suo padrone così come l’ha ricevuto. Gesù vuole porre tutta qui l’attenzione perché corriamo un rischio grande: la paura ci potrebbe bloccare. La paura del futuro, la paura degli altri, la paura di noi stessi se non abbiamo consapevolezza dei nostri doni, non abbiamo fiducia. Quel servo viene chiamato malvagio, pigro, servo che non vede la realtà, servo che per giustificarsi contesta il suo padrone – “Tu sei cattivo, sei severo” – non ha compreso la bontà di questo padre che è Dio, servo che non si è dato da fare. Non capiti anche a noi di sciupare l’occasione che abbiamo, tutta la nostra vita per fare qualcosa di buono e di bello per gli altri. Non servi malvagi, non servi pigri ma servi pigri che gioiscono per i doni ricevuti e li condividono con gli altri.