Mons. Alfano: “Nutriamoci del corpo e del sangue di Cristo per avvicinarci a Lui”

Domenica 3 giugno ci presenta un passo del vangelo di Marco:

Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?».
Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi».
I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».
Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

Su questo passo del Vangelo, ci offre una riflessione, il nostro arcivescovo, mons. Francesco Alfano:
La festa del Santissimo corpo e sangue di Cristo che ogni anno riviviamo nella gioia, nella fede della Chiesa, ci rimanda all’ultima cena. Quando Gesù chiede ai discepoli di preparare questo momento intenso, forte, significativo per la sua piccola comunità inserita nel cammino del popolo di Israele e per la comunità che nascerà dalla sua Pasqua. E vanno i discepoli a preparare lì nella sala al piano superiore perché possano mangiare con lui, perché possano stare con lui ed essere aiutati, non solo a vivere più in intimità, per questo momento intenso, ma a farsi sostenere nel cammino. Sanno che ci sono nubi dense, devono affrontare con Lui il dramma, il rifiuto che si trasformerà nella croce di Cristo. Per i discepoli non è un momento facile e quindi dobbiamo riandare ai momenti difficili della nostra vita. L’eucarestia prende sul serio la fatica, il cammino doloroso, le incomprensioni, il nostro peccato. Gesù ha preso tutto su di se e l’ha trasformato, aprendolo, al dono di Dio che è amore, la vita e quindi la resurrezione. Ed eccoli i discepoli, non ci stancheremo mai di rileggere il racconto, di riandare con la mente, con il cuore. Di vivere in qualche modo quella esperienza unica, indimenticabile per loro e profondamente significativa per noi. Questo pane da mangiare come il suo corpo, sono parole che li hanno trovati sgomenti anche se Gesù li aveva preparati: il segno del pane, la moltiplicazione dei pani, il mangiare il pane con i peccatori. Adesso è il suo corpo, il dono di sé. Ecco la croce illuminata non solo dalle parole ma dalla presenza di Dio che è fedele. L’amore vince così. Il calice, la coppa di vino, offerta da bere, condivisa come sangue dell’alleanza. La fedeltà di Dio che passa attraverso il sacrificio, attraverso la comunione dei fratelli e delle sorelle che accolgono il dono. Non sono belle parole, è la presenza di Dio in noi per sempre. I discepoli sono lì, come noi nelle celebrazione dell’eucarestia, sgomenti, affascinati, coinvolti e ancora impreparati. Gesù che invita a vivere questo momento senza perdersi d’animo, il Signore accompagnerà il cammino fino al giorno in cui berremo di nuovo con Lui questo vino della gioia e della vita senza fine. Ogni volta che celebriamo l’eucarestia e ci nutriamo del corpo e del sangue di Cristo, ci avviciniamo al Signore in attesa della sua venuta quando entreremo definitivamente nel suo regno per quel banchetto che Dio sta preparando per noi.