15 Maggio 2026

A Castellammare di Stabia l’incontro con Fr. Lluis Oviedo

Ad ospitare la conferenza, la Parrocchia dello Spirito Santo

C’è poca voglia di venire in Chiesa?” Come possiamo incoraggiare i giovani?
Quella vissuta stasera non è stata semplicemente una conferenza sulla crisi della partecipazione ecclesiale giovanile. È stato piuttosto un attraversamento sincero di una domanda che molti portano dentro, spesso senza avere il coraggio di formularla apertamente: perché tanti giovani sentono la Chiesa lontana? E soprattutto: è ancora possibile generare desiderio, appartenenza, speranza?
La provocazione iniziale è stata tanto semplice quanto disarmante: non possiamo limitarci a constatare che “i giovani non vengono più”. Prima di interrogarci su come riportarli in Chiesa, dovremmo chiederci se la Chiesa riesce ancora a parlare alla loro sete più profonda. Perché i giovani non cercano anzitutto strutture, ma esperienze vere; non cercano ambienti perfetti, ma luoghi dove poter respirare autenticità.
Negli ultimi anni siamo stati testimoni di una trasformazione culturale enorme. I giovani abitano un mondo accelerato, iperconnesso e frammentato. Vivono immersi nei social, ma spesso sperimentano una solitudine radicale. Hanno accesso a infinite informazioni, ma fanno fatica a trovare significati. Sono continuamente esposti, eppure interiormente invisibili. In questo scenario, la Chiesa rischia talvolta di apparire distante, lenta, incapace di comprendere il linguaggio emotivo e simbolico delle nuove generazioni.
Eppure il problema non sembra essere una semplice perdita di interesse religioso. Piuttosto, emerge una crisi di fiducia nelle istituzioni, nei linguaggi troppo formali, nelle proposte percepite come astratte o moralistiche. I giovani non rifiutano necessariamente Dio; spesso rifiutano immagini di Dio che non parlano più alla loro vita concreta. Non cercano discorsi impeccabili, ma testimoni credibili.
Ed è qui che la riflessione si è fatta particolarmente intensa: la fede non nasce per trasmissione automatica. Non basta organizzare attività, moltiplicare eventi o riempire calendari pastorali. La fede si accende attraverso incontri che lasciano una ferita luminosa nel cuore. Ogni generazione ha bisogno di qualcuno che renda il Vangelo abitabile.
Forse, allora, la vera emergenza non è la mancanza di giovani nelle chiese, ma la mancanza di comunità capaci di ascolto. Perché molti ragazzi portano domande enormi: il senso della vita, la paura del fallimento, l’ansia del futuro, il bisogno di essere amati senza prestazione. E spesso non trovano spazi dove poter raccontare queste inquietudini senza sentirsi giudicati.
Una delle intuizioni più forti emerse stasera riguarda proprio il tema della prossimità. I giovani si lasciano coinvolgere quando percepiscono relazioni vere. Non vengono attratti anzitutto dai programmi, ma dalla qualità umana delle persone che incontrano. Una comunità capace di accogliere, di chiamare per nome, di creare legami autentici, diventa già annuncio del Vangelo.
In questo senso, evangelizzare oggi significa forse anzitutto abitare le ferite del nostro tempo. Significa stare accanto ai giovani nelle loro fragilità senza trasformare immediatamente tutto in lezione morale. Gesù, prima di spiegare, incontrava. Prima di correggere, guardava. Prima di chiedere conversione, restituiva dignità.
È emersa anche una domanda scomoda ma necessaria: la Chiesa è ancora capace di meraviglia? Perché i giovani si allontanano quando tutto appare prevedibile, stanco, ripetitivo. Hanno bisogno di bellezza, di intensità, di silenzi veri, di esperienze che tocchino l’anima. Una liturgia vissuta senza vita difficilmente potrà parlare a chi cerca autenticità. Al contrario, una comunità che prega davvero, che canta con il cuore, che vive fraternità concreta, può diventare uno spazio sorprendente anche per chi si sente distante.
Un altro passaggio decisivo dell’incontro è stato il riconoscimento del valore delle domande. Troppo spesso gli adulti temono i dubbi dei giovani. In realtà, i dubbi possono diventare luoghi spirituali profondissimi. Un giovane che domanda non è lontano dalla fede; forse sta cercando una fede più vera. La comunità cristiana dovrebbe diventare il luogo dove le domande non vengono censurate, ma accompagnate.
È stato poi sottolineato come il linguaggio ecclesiale debba ritrovare capacità narrativa. I giovani comprendono ciò che passa attraverso storie autentiche, esperienze incarnate, testimonianze vive. Non bastano formule corrette: occorre una parola che nasca dalla vita e ritorni alla vita.
Alla fine dell’incontro rimane una convinzione forte: i giovani non chiedono una Chiesa perfetta. Chiedono una Chiesa vera. Una Chiesa che non abbia paura della fragilità. Una Chiesa che sappia chiedere scusa. Una Chiesa che non si presenti come fortezza, ma come casa. Una Chiesa che non pretenda subito appartenenza, ma sappia prima costruire fiducia.
Forse il primo passo per incoraggiare i giovani non è convincerli a entrare in chiesa. È uscire noi incontro alla loro umanità. Entrare nei loro linguaggi, nelle loro paure, nei loro sogni. Accettare che evangelizzare oggi significhi soprattutto seminare presenza, relazione, ascolto.
Perché ogni giovane, anche quello apparentemente più distante, custodisce dentro di sé una nostalgia di infinito. E quando incontra qualcuno capace di prenderla sul serio, allora può ancora nascere il desiderio di tornare. Non semplicemente “in chiesa”, ma dentro un’esperienza di senso, di fraternità e di Dio.
Don Salvatore Abagnale

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