Amicus Israel, sed magis amica veritas – di Don Rito Maresca

Il tentativo della Chiesa d'Inghilterra di dire una parola vera sulla Palestina e la fatica della Chiesa italiana a fare lo stesso

Due fotografie, la stessa stanza. Una libreria di legno scuro da una parte e un caminetto e due poltrone verdi dall’altra. In una foto sono in piedi, fianco a fianco: un rabbino con la kippah e la barba bianca, una donna con il colletto romano e la croce pettorale. Nell’altra sono seduti, uno di fronte all’altra, le mani intrecciate in grembo, e si guardano mentre parlano.

Sono il Rabbino Capo del Regno Unito, Sir Ephraim Mirvis, e l’Arcivescovo di Canterbury, Sarah Mullally. Si sono incontrati a Lambeth Palace nei giorni scorsi, dopo settimane difficili. E hanno pubblicato, quasi in contemporanea, due post che raccontano lo stesso incontro con due voci profondamente diverse. Mirvis parla di “dolore profondo”, di “vergognosa decisione” del Sinodo, chiede alla Chiesa di “riparare il danno” fatto alle relazioni ebraico-cristiane. Mullally parla di “conversazione onesta”, di ferite da ascoltare, di un ponte che va comunque teso.

Stessa stanza. Stesso caminetto. Due lingue del cuore diverse. Per capire cosa sia successo in quella stanza, bisogna tornare a quel che è successo prima — il 12 e 13 luglio, nell’aula del Sinodo generale della Chiesa d’Inghilterra.

Il sussulto

Dopo un dibattito durato una sera e una mattina, il Sinodo ha votato una mozione proposta dalla diocesi di Carlisle, che piange la perdita di vite israeliane e palestinesi e cerca “pace e sicurezza per tutti i popoli” della Terra Santa. Il testo originale chiedeva alla Chiesa di “ricevere” i documenti di Kairos Palestine — le dichiarazioni scritte dai cristiani palestinesi tra il 2009 e il 2025, l’ultima delle quali, Kairos Palestine II — A Moment of Truth: Faith in the Time of Genocide, ha riacceso lo scontro per il linguaggio usato nei confronti di Israele.

Un emendamento ha cambiato quel verbo: non più “ricevere”, ma “ascoltare” — hear — come “espressioni sincere” di un’esperienza vissuta, che non implicano l’adesione a ogni singola parola di quei testi.

Non è un dettaglio da filologi. È la misura esatta di quanto la Chiesa d’Inghilterra abbia avuto il coraggio di fare un passo, e di quanta paura abbia avuto nel farlo.

La mozione, così emendata, è passata in tutte e tre le camere sinodali — vescovi, clero e laici — con un margine ampio. Ha condannato ogni forma di antisemitismo e di ostilità anti-musulmana. Ha riconosciuto con

parole di pentimento il contributo storico della Chiesa all’antisemitismo. E ha impegnato la Chiesa a “rispondere all’appello dei cristiani palestinesi a stare in solidarietà con loro e con i loro fratelli palestinesi nella resistenza non violenta all’occupazione in corso” (testo integrale della mozione).

L’arcivescovo Mullally, presentando la mozione, ha detto una frase che meriterebbe di essere incisa sulla porta di ogni sacrestia:

“L’urgenza della situazione in Terra Santa richiede che affrontiamo conversazioni difficili. Dobbiamo ascoltare quelle cose che sono dure da sentire, e correre il rischio di dialogare attraverso le divisioni.” (discorso integrale)

Non è un caso che queste parole arrivino a poche settimane da un pellegrinaggio. Dal 19 al 24 giugno, Mullally è stata in Terra Santa — Gerusalemme, Betlemme, Nazareth, Birzeit — insieme

all’arcivescovo anglicano di Gerusalemme, Hosam Naoum, per pregare e stare accanto ai cristiani palestinesi (lettera pastorale del pellegrinaggio). Ha visto con i suoi occhi, ha detto in Sinodo, “come gli insediamenti si stiano espandendo a un ritmo senza precedenti”: “la Palestina, che il governo britannico ha riconosciuto il mese scorso, sta scomparendo(The Jewish Chronicle). Non ha parlato da un’aula sinodale astratta. Ha parlato da chi è tornato con la polvere di quella terra ancora sulle scarpe.

La ferita, e la sua durezza

Eppure, quel piccolo passo — “ascoltare”, non “accogliere” — non è bastato a placare la reazione. Il Rabbino Capo Mirvis ha definito il voto “vergognoso”, “un giorno triste per le relazioni ebraico-cristiane”. Ha detto che Kairos II è “un documento pieno di falsità, che rifiuta apertamente il dialogo, usa una retorica estrema per mettere in discussione l’esistenza stessa di Israele” (The Jewish Chronicle).

Colpisce, rileggendo i testi dei post dei due protagonisti, l’asimmetria.

Da una parte l’arcivescovo che cerca il dialogo, che ammette la propria fatica, che dice “dobbiamo ascoltare quelle cose che sono dure da sentire”.

Dall’altra una fermezza che non lascia spazio: l’accusa al linguaggio altrui di essere estremo, di sfiorare la violenza, senza però rivolgere lo stesso sguardo severo al proprio linguaggio, né a quello, questo sì apertamente violento, di non pochi esponenti politici israeliani, verso i quali una dissociazione ufficiale e netta da parte dei vertici delle comunità ebraiche delle diverse nazioni non sembra mai arrivare. Come se una delle due parti sedute davanti a quel camino avesse il permesso di essere ferma, e l’altra solo quello di scusarsi.

Sed magis amica veritas – Ma più amica la verità

Di fronte alla minaccia — reale — di un deterioramento del dialogo ebraico-cristiano, la tentazione è sempre la stessa: fare un passo indietro. Riformulare. Ammorbidire. Fino a svuotare.

Eppure, viene da dire, parafrasando un vecchio adagio: amicus Israel, sed magis amica veritas. Amico è Israele, ma più amica è la verità. Non può esserci un vero dialogo se manca il coraggio della verità, anche quando la verità comporta, come ha detto la stessa Mullally, il rischio di “conversazioni difficili”. Il dialogo che si nutre solo di ciò che è comodo da dire non è dialogo: è distanza cortese.

E qui va detto con la stessa chiarezza che la nostra voce non è, e non deve mai essere, una voce contro il popolo ebraico. Nutriamo un profondo apprezzamento per la tradizione giudaica, dalla quale abbiamo ricevuto gli stessi insegnamenti di Gesù, e respingiamo ogni forma di antisemitismo, così come respingiamo ogni forma di islamofobia. Non si tratta di essere contro -qualcuno. Lo stesso documento di Kairos, nel rivendicare la propria voce, rifiuta ogni accusa di voler suscitare odio.

Lo diceva con parole che meritano di essere riascoltate un altro grande pastore, premio Nobel per la pace, Desmond Tutu, che nel suo discorso Occupation is Oppression del 2002 collegava l’apartheid sudafricano alla questione palestinese: “Non sono a favore di questo o di quel popolo. Sono a favore della giustizia, a favore della libertà. Sono contro l’ingiustizia, contro l’oppressione.” (nell’originale: “I am not pro- this people or that. I am pro-justice, pro-freedom. I am anti-injustice, anti-oppression.”)

E aggiungeva: non critichiamo il popolo ebraico, ma la leadership politica di Israele, ogni volta che ce n’è bisogno, proprio come i profeti d’Israele avevano fatto con i re ingiusti del loro stesso popolo (WRMEA, testo integrale del discorso).

Lo specchio italiano

E qui, se permetti, il discorso deve tornare a casa nostra.

Anche la Chiesa italiana ha appena concluso il suo Cammino sinodale con il documento Lievito di pace e di speranza, che accoglie l’invito di papa Leone XIV ai vescovi italiani perché “ogni comunità diventi una ‘casa della pace’, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono.” ( n. 24). Una casa della pace, però, non è la casa dei discorsi politicamente corretti che lasciano il mondo esattamente com’era prima che si aprisse bocca. È il luogo in cui si impara — sul serio, non a parole — il dialogo, la giustizia, il perdono.

Lo scorso maggio, come Rete “Preti contro il genocidio”, avevamo scritto una lettera aperta ai vescovi italiani riuniti in Assemblea Generale, a poche ore dall’abbordaggio della Global Sumud Flotilla (testo integrale su Nigrizia). Chiedevamo una parola più netta, più profetica, più concreta. E il presidente della CEI, il Card. Zuppi, interpellato da un giornalista, ha risposto — così ha riportato Vatican News — con queste parole: “Non possiamo non preoccuparci di questi fenomeni di violazione dei diritti umani. Tutte le volte che i diritti vengono calpestati è preoccupante, ma lo è ancora di più se a farlo sono le istituzioni. Le immagini delle violenze sugli attivisti mi hanno provocato un senso di rifiuto per l’umiliazione del diritto(Vatican News).

Un “senso di rifiuto”, detto da chi presiede la Chiesa italiana, non è poca cosa: è un sussulto vero, onesto, che vale la pena raccogliere e non lasciar cadere. È esattamente il gesto di cui parliamo in questo testo, il piccolo sussulto che nasce sincero, e che aspetta solo di essere accompagnato, da noi e dalle nostre comunità, con insistenza fraterna, fino a diventare una parola intera. Non è un rimprovero, questo. È un incoraggiamento:

il cardinale ha socchiuso una porta, e noi vogliamo continuare a bussare, con rispetto, con fiducia, perché quella porta resti aperta e si spalanchi.

Il fondamento che avevamo già

Non stiamo chiedendo qualcosa di nuovo. Stiamo chiedendo alla Chiesa di essere fedele a quanto scritto nella Gaudium et Spes: leggere i segni dei tempi e “fomentare dovunque la giustizia e l’amore di Cristo verso i poveri” (GS G0).

Niente di nuovo, perché “Promuovere la giustizia e la pace, penetrare con la luce e col fermento evangelico tutti i campi dell’esistenza sociale, è sempre stato un costante impegno della Chiesa in nome del mandato che essa ha ricevuto dal Signore” (Paolo VI, Iustitiam et Pacem, 1976).

Niente di nuovo, tanto che papa Francesco, riorganizzando i diversi pontifici consigli nel Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, aveva chiesto, fin dal primo paragrafo del primo articolo, di assumere “la sollecitudine della Santa Sede per quanto riguarda la giustizia e la pace” (Statuto del Dicastero, 2016).

Dunque, non è un’invenzione recente. È la bussola che la Chiesa si è data da sempre, e che noi abbiamo semplicemente scelto di ricordare: “Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno” (Sal 85,11).

Non ci può essere pace senza giustizia. Invocare la giustizia non è chiedere vendetta, come una certa propaganda vuole far credere. È, invece, l’unica strada percorribile verso una pace che duri: creare le condizioni perché i crimini vengano riconosciuti da tutte le parti e perché sia possibile, un giorno, il perdono. Non facile. Non garantito. Ma possibile, come, tra mille difficoltà, ci hanno mostrato il Sudafrica e alcune storie, ancora ferite, del Ruanda.

Il coraggio che si paga

Qualcuno, in questi mesi, parla di apocalisse — vede tutto l’orrore, la violenza, la prepotenza dei potenti. E forse ha ragione. Ma sappiamo bene che apocalisse vuol dire rivelazione: è il tempo della prova, ma anche il tempo in cui siamo chiamati a risplendere di più, non di meno, anche quando questo comporta il prezzo personale della testimonianza.

Le pressioni subite da chi oggi prova a dire la verità — o almeno a raccontare un altro pezzo della storia —, le uccisioni dei giornalisti, le campagne diffamatorie contro chi alza la voce fuori dal coro: tutto questo fa venire in mente una storia vecchia di duemila anni, quella storia su cui abbiamo fondato tutta la nostra vita e, prima ancora di essere preti, la scelta di essere discepoli. Un uomo cammina per le strade di Gerusalemme e comincia a fare la cosa più pericolosa che si possa fare davanti a chi detiene il potere: dire la verità. E il potere non lo sopporta. Diventa un’ossessione: bisogna farlo tacere. Si può quasi vedere la scena. In una stanza chiusa, mentre si discute cosa fare di quest’uomo che continua a parlare, c’è sempre qualcuno con l’idea più semplice e più tremenda di tutte: non basta farlo tacere, bisogna farlo morire.

Se fossimo in tanti

Un piccolo emendamento sinodale a Londra. Una frase di “rifiuto” pronunciata a Roma. Sono sussulti veri, non finti, non di circostanza. Ma restano soli, e i sussulti che restano soli, prima o poi, qualcuno li spegne: con la pressione diplomatica, con l’accusa di rompere il dialogo, con la stanchezza di chi preferisce l’equidistanza, che troppo spesso, lo sappiamo, è solo equi-lontananza travestita da prudenza.

Cosa succederebbe, però, se questi sussulti non fossero più soli? Se dietro ogni vescovo che dice “provo un senso di rifiuto” ci fossero mille preti pronti a dire la stessa cosa, senza più bisogno di cercare le parole più caute possibili? Se le nostre comunità — la tua, la mia, quella accanto — smettessero per un momento di essere anestetizzate dal flusso delle notizie, e si accorgessero che quello che accade in Terra Santa sta ancora, oggi, crocifiggendo qualcuno?

Non lo sappiamo ancora. E allora — è anche per questo che esiste la nostra rete: perché quella domanda non resti la domanda di uno solo. L’obiettivo è arrivare, entro il 22 settembre, a 4.000 aderenti — l’1% del clero cattolico mondiale. Un piccolo seme. Ma che può diventare un albero sotto cui anche i nostri vescovi trovino riparo, e il coraggio per un dialogo vero, con tutti.

Condividi questo testo, e invita altri diaconi, preti e vescovi a firmare il documento comune.

Don Rito Maresca
Coordinatore · Rete Internazionale “Preti contro il Genocidio”

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