Sono da più di mezz’ora con il telefono in mano e la cassa, con il desiderio semplice di ascoltare un po’ di musica.
Il Bluetooth cerca, trova, perde, si disconnette. Riprovo. Spengo. Riaccendo. Niente.
Una cosa banale, quasi insignificante. Eppure sufficiente a fermarmi.
In questo tempo sospeso, fatto di tentativi falliti e di attese mute, mi accorgo che l’irritazione lascia spazio a un pensiero più profondo. Una tecnologia pensata per connettere che non riesce a farlo diventa improvvisamente una parabola. Una di quelle parabole quotidiane che non hanno bisogno di essere cercate, perché ti trovano loro, mentre stai solo cercando un po’ di musica.
Da questa piccola, ostinata disconnessione è nata la riflessione che segue.
Il Bluetooth è una tecnologia silenziosa.
Non si vede, non fa rumore, non occupa spazio. Eppure connette.
Mette in relazione ciò che è separato, rende possibile uno scambio là dove prima c’era solo distanza. Funziona solo se entrambi i dispositivi sono “attivi”, disponibili, riconoscibili. Basta spegnerne uno, o renderlo invisibile, e la relazione si interrompe senza clamore, senza strappi evidenti.
C’è qualcosa di profondamente umano — e teologicamente fecondo — in questa dinamica.
Le relazioni più vere non sono mai rumorose. Non si impongono, non si esibiscono. Esistono come esistono le cose essenziali: in modo discreto, quasi umile. Come la grazia. Come la fede. Come l’amore quando smette di cercare conferme e si fa presenza affidabile. Il Bluetooth non invade: attende. Cerca, ma non forza. Propone una connessione, non la impone.
Così è anche Dio nelle nostre vite.
La Scrittura racconta un Dio che non si impone mai come evidenza schiacciante, ma come possibilità di relazione. Un Dio che “sta alla porta e bussa” (Ap 3,20), che resta in modalità di attesa, visibile solo a chi decide di rendersi visibile a sua volta. Il dramma della fede non è l’assenza di Dio, ma la nostra invisibilità: siamo presenti, ma disconnessi; vicini, ma non in ascolto; accesi, ma non disponibili.
Il Bluetooth ha un raggio limitato. Funziona solo nella prossimità. Non connette ciò che è troppo lontano. Anche questo dice qualcosa delle relazioni autentiche: non sopravvivono alla distanza emotiva, alla distrazione permanente, alla fuga dall’intimità. Perché ogni relazione, per restare viva, ha bisogno di prossimità reale, di uno spazio condiviso, di un tempo abitato. L’amore non è onnipotente: è fragile, situato, concreto. Come l’Incarnazione.
Dio non ha scelto di salvarci “a distanza”. Ha ridotto lo spazio, ha accorciato il raggio, si è fatto prossimo. Ha scelto la logica del Bluetooth e non quella del satellite: non un controllo dall’alto, ma una connessione da vicino. «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). La fede cristiana non è una trasmissione di dati, ma una relazione di prossimità.
E poi c’è un altro dettaglio decisivo: per connettersi, i dispositivi devono riconoscersi. Devono chiamarsi per nome. Nessuna relazione è possibile senza il rischio del riconoscimento. Finché restiamo anonimi, protetti, schermati, non accade nulla. Il Bluetooth funziona quando accetti di essere individuato, quando rinunci a una parte del controllo. Anche amare — e credere — è questo: esporsi, lasciarsi intercettare, permettere all’altro di entrare nel proprio spazio vitale.
Ma ogni connessione può cadere.
Basta una distrazione, un allontanamento, un’interferenza. E allora ci si accorge che non eravamo autosufficienti come pensavamo. La solitudine che segue una disconnessione fa male proprio perché rivela una verità: siamo fatti per essere in relazione. Non per funzionare, ma per appartenere. Non per accumulare dati, ma per condividere vita.
Forse il peccato, oggi, non è tanto il rifiuto di Dio, quanto la disattivazione della relazione. Viviamo “spenti”, invisibili, convinti che basti bastare a noi stessi. Ma la salvezza, come ogni vera connessione, comincia da un gesto minimo e decisivo: rendersi disponibili.
Accendere il Bluetooth dell’anima.
Rimanere nella prossimità.
Accettare il rischio di essere visti.
Perché la vita, come la fede, non accade mai offline.
Don Salvatore Abagnale
