Scrivo da parroco di periferia, da un lembo di città dove le strade finiscono spesso nel silenzio, e le vite sembrano cominciare già in salita. Qui i giovani non li incontri nei convegni sul futuro, ma sui gradini consumati delle case, nei cortili dove il tempo si ferma troppo presto, negli sguardi che hanno già visto più di quanto dovrebbero. È da qui che prendo parola, ed è da qui che vorrei parlare soprattutto agli adulti che “parlano ai giovani”.
Nel mondo degli adulti non ci sono scorciatoie.
Ma temo che questa frase, così spesso ripetuta, venga detta ai ragazzi con la leggerezza di chi ha già trovato una strada asfaltata, illuminata, protetta. Come se fosse una verità neutra. Come se fosse la stessa per tutti.
Nella periferia la verità pesa di più. Perché qui non solo non ci sono scorciatoie: spesso non ci sono nemmeno strade. Ci sono sentieri interrotti, promesse mancate, modelli adulti fragili o assenti. E allora quando diciamo ai giovani che “non ci sono scorciatoie”, dovremmo prima domandarci da dove partono, con quali ferite, con quale eredità invisibile sulle spalle.
Il rischio più grande, nel mondo degli adulti, è usare questa espressione come una difesa morale:
io ce l’ho fatta, quindi puoi farcela anche tu.
Ma il Vangelo che attraversa la mia esperienza pastorale mi ha insegnato che Dio non ragiona per confronti, né per meriti accumulati. Dio guarda le storie, non le prestazioni.
Dire che non ci sono scorciatoie è vero, ma è incompleto. Perché ciò che davvero manca ai giovani non è la scorciatoia, bensì la compagnia. Non cercano vie facili: cercano adulti credibili. Cercano qualcuno che resti quando il cammino si fa lungo, quando la fatica non produce subito risultati, quando l’impegno sembra inutile.
Nella periferia vedo ragazzi che non scappano dalla fatica, ma dalla fatica inutile. Dalla fatica che non porta a nulla. Dalla fatica che nessuno riconosce. Dalla fatica che non incontra uno sguardo capace di dire: ti vedo, sei più della tua riuscita.
Gesù non ha mai offerto scorciatoie. Ha offerto relazioni. Non ha semplificato il cammino, ma ha promesso una presenza: Io sono con voi. Questo è ciò che manca spesso nel nostro modo adulto di parlare ai giovani: la disponibilità a camminare con loro, non solo a indicare la strada.
Per questo, se vogliamo essere onesti, dovremmo dire:
nel mondo degli adulti non ci sono scorciatoie, ma ci deve essere responsabilità.
Responsabilità di non chiedere ai giovani di essere forti dove noi siamo stati protetti.
Responsabilità di non esigere maturità dove noi abbiamo trovato sostegni.
Responsabilità di non predicare sacrifici senza offrire speranza.
Un adulto credibile non è quello che insegna la durezza del percorso, ma quello che non scappa dalla lentezza dei processi. Che accetta che la crescita non sia lineare. Che sa attendere. Che sa restare.
Nella periferia ho imparato che i giovani non chiedono scorciatoie: chiedono strade abitabili. Chiedono che qualcuno abbia il coraggio di fermarsi con loro nel punto in cui sono, senza umiliarli con confronti, senza giudicarli con parametri che non tengono conto della loro storia.
Se davvero non ci sono scorciatoie, allora il compito degli adulti non è accelerare i giovani, ma non abbandonarli. Non è spingerli avanti, ma reggere con loro il peso del tempo. Non è parlare dall’alto, ma camminare accanto.
Perché la vera scorciatoia, nel mondo degli adulti, è pensare di poter educare senza coinvolgersi.
E questa, sì, è una strada che non porta da nessuna parte.
Don Salvatore Abagnale
