Don Salvatore Abagnale, “La vita della gente: una Chiesa in apprendimento”

Il presente contributo nasce dalla convinzione che il “fare sociale” costituisca oggi un contesto generativo imprescindibile per la riflessione teologico-pastorale. Lì dove l’umano si espone nella fragilità delle relazioni, nelle tensioni delle periferie esistenziali e nelle domande di giustizia che attraversano il vivere quotidiano, lì la Chiesa è chiamata a discernere l’opera dello Spirito e a lasciarsi plasmare da esso. La teologia, in questa prospettiva, non è esercizio distante o astratto, ma sguardo che si radica nell’esperienza delle comunità credenti, nella concretezza del territorio, nella vita della gente.

Questa visione interpella in profondità anche il modo in cui la Chiesa comunica e riceve i propri documenti pastorali. Non basta più produrre testi autorevoli: è necessario attivare processi che li rendano vivi, fecondi, capaci di trasformarsi in prassi condivise. Il passaggio dal “dire” al “ricevere” – che dà titolo al presente contributo – indica proprio la necessità di superare una stagione in cui la comunicazione ecclesiale ha rischiato di rimanere confinata ai cosiddetti “piani alti” dell’elaborazione dottrinale e istituzionale.

Come ha lucidamente osservato Giuseppe Savagnone, nella Chiesa – e non solo nel Sud – convivono due “piani” comunicativi spesso separati: da un lato, il “piano nobile” dei convegni, delle relazioni ufficiali, dei documenti; dall’altro, il “piano terra” della vita ordinaria delle parrocchie, delle comunità, delle associazioni. Tra questi due livelli si produce talvolta una distanza che genera indifferenza, se non frustrazione. Tuttavia, è proprio al “piano terra” che si gioca la risposta più autentica alle sollecitazioni del Vangelo e alle sfide del tempo presente: è lì che la parola ecclesiale deve trovare casa, radicarsi nella vita e lasciarsi trasformare.

È in questo scenario che il percorso sinodale avviato dalla Chiesa italiana – e in particolare dalle Chiese della Campania su cui qui intendo soffermarmi più nello specifico – rappresenta una svolta significativa. Il Sinodo ha aperto spazi di ascolto reale, ha ricucito distanze, ha restituito voce e dignità alle esperienze locali. Non si è trattato solo di consultare i fedeli, ma di iniziare a costruire una cultura della corresponsabilità, in cui la ricezione dei documenti non è più intesa come applicazione di direttive ricevute dall’alto, ma processo generativo, partecipato, critico e creativo. In questo senso, il Sinodo ha rappresentato un argine reale alla separazione tra “piani”, favorendo un movimento dal basso in grado di incidere anche sulle logiche decisionali e sull’elaborazione pastorale.

A partire da questo presupposto desideriamo compiere un passo ulteriore: interrogarci su come i documenti pastorali della Chiesa italiana – e poi nello specifico quelli elaborati dalla Conferenza Episcopale Campana – vengono accolti, incarnati e, in taluni casi, persino trasfigurati dalle comunità locali. Si tratta cioè di spostare l’attenzione dal “dire” della Chiesa al suo “ricevere”, al suo lasciarsi interpellare dalla realtà, dalla storia e dallo Spirito che continuamente la precede. È in questa tensione tra carne e carta che riteniamo si giochi oggi la fecondità dell’annuncio evangelico.

La Conferenza Episcopale Italiana, specialmente a partire dagli anni ’90, ha avviato una riflessione pastorale articolata, cercando di orientare il cammino delle Chiese particolari attraverso progetti e orientamenti che tenessero conto dei cambiamenti sociali, culturali ed ecclesiali. Documenti come Evangelizzazione e testimonianza della carità (1990), Con il dono della carità dentro la storia (2005), e Educare alla vita buona del Vangelo (2010)hanno offerto non solo linee programmatiche, ma anche una visione teologica della prassi ecclesiale come risposta storica alla Parola di Dio.

Tuttavia, come affermato nel documento Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia (2001), il compito pastorale non si esaurisce nella produzione di linee guida o di piani quinquennali, ma si gioca nella capacità di cogliere i segni dei tempi favorendo processi più che eventi.

In questo senso, è particolarmente interessante osservare la ricezione concreta di tali orientamenti nelle chiese locali. Un caso emblematico è rappresentato dalla Conferenza Episcopale Campana (CEC), che negli ultimi vent’anni ha cercato di articolare una proposta pastorale capace di dialogare con le specificità del territorio: le fragilità sociali, la presenza della camorra, le nuove povertà educative. Documenti come Per un volto pasquale delle nostre Chiese (2004), Annunciare il Vangelo in terra ferita (2014) e Giovani, fede e discernimento (2018) rappresentano tentativi concreti di intrecciare la Parola con le parole della terra, di lasciarsi toccare dalle ferite del Sud per pensare una pastorale non meramente applicativa, ma davvero incarnata.

La domanda di fondo resta quella indicata da Apocalisse 2,7: “Cosa dice lo Spirito alle Chiese?”. Ascoltare lo Spirito oggi significa aprirsi alla teologia dei piani bassi, dove la vita quotidiana, la storia concreta e i vissuti ecclesiali diventano spazio teologico e terreno di ricezione viva della Parola.

foto di SettimanaNews

di Salvatore Abagnale

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