Omelia della Messa Crismale

Cattedrale di Sorrento, Mercoledi Santo 2026

01-04-2026

Omelia della messa crismale

Cattedrale di Sorrento

Mercoledi Santo 2026

         Cari amici,

la missione della Chiesa è al centro di questa solenne Celebrazione Eucaristica. A conclusione del cammino quaresimale, prima di entrare nel Grande Triduo della morte, sepoltura e risurrezione del Signore, ci viene donata ogni anno una straordinaria occasione di grazia: a nome di tutto il Popolo di Dio, di cui siamo a vario titolo membra vive e servi per amore, rinnoviamo la nostra adesione al progetto di salvezza. La benedizione degli Oli infatti ci rende disponibili a lasciarci guidare dal suo Spirito, con docilità e coraggio, perché l’annuncio del Vangelo risuoni con forza nel nostro tempo e tanti lo possano accogliere come germe di speranza per il futuro.

 

Portiamo con noi i primi frutti di quel rinnovamento pastorale richiesto con forza e passione dal Cammino sinodale delle Chiese in Italia. In questa fase di recezione del Documento di Sintesi avvertiamo tutta la responsabilità delle decisioni che siamo chiamati a prendere. Pensiamo alle comunità parrocchiali, bisognose di un urgente ripensamento delle proposte pastorali e delle stesse strutture ereditate dal passato. Ma non dimentichiamo tante persone, giovani e adulti, che sono alla ricerca di un senso nuovo da dare alla loro vita spesso affannata e confusa. Non sarà certo una realtà irrigidita in schemi superati o l’impatto con una istituzione incapace di rispondere ai nuovi bisogni personali e collettivi a esaudire la ricerca. Si apre davanti a noi uno scenario per tanti versi nuovo e appassionante: risvegliare il desiderio di un mondo nuovo e riconciliato, riaccendere il fuoco in cuori distratti o indifferenti, riprendere il cammino insieme verso una meta che ci sta davanti e tutti ci attrae.

 

Eccoci dunque a Nàzaret, nella piccola sinagoga che ci è tanto familiare. Ci mettiamo in ascolto di Gesù, pronti a lasciarci ancora stupire dal suo insegnamento. Grazie a Lui le parole del profeta risuonano vere anche per noi tutti, partecipi della missione messianica: “mi ha mandato a portare i poveri il lieto annuncio” (Lc 4, 18).

 

Queste parole sono significative innanzitutto per noi, carissimi fratelli presbiteri. Nel giorno in cui rinnoviamo gli impegni assunti davanti a tutto il Popolo quando fummo ordinati diciamo ancora il nostro “sì” alla missione che ci viene affidata. Vogliamo servire la comunità con amore, condividere gioie e dolori di fratelli e sorelle, tutti amati dal Signore. Insieme ci riconosciamo chiamati ad essere segno di unità e di pace, strumento di riappacificazione e di comunione, germe di vita nuova. Non siamo stati scelti perché migliori o più avanti nella sequela. Neppure possiamo vantarci di doti o talenti eccezionali, che ci distinguerebbero dagli altri fino a farci inorgoglire. La nostra umanità ferita ci lascia dentro una storia di cadute e riprese, senza risparmiarci la fatica dell’accettazione di una fragilità che portiamo con noi lungo il percorso.  Facciamo inoltre i conti anche noi con il calo numerico, la diminuzione delle forze, lo scoraggiamento serpeggiante e l’abbandono di alcuni. Perciò combattere contro la tentazione del clericalismo e la chiusura identitaria è il primo modo di reagire dinanzi a una tale crisi, riscoprendo le nostre origini: “il Signore mi ha mandato”.

 

È vero, amatissimi confratelli, che il nostro ministero è “officium amoris”, un “servizio d’amore”. Con S. Agostino possiamo affermare quindi che la nostra vita di presbiteri nasce dall’Amore di Colui che ci ha chiamati e cresce nella misura in cui si nutre di questo Amore, donato a tutti nella Pasqua del suo Figlio. Non è pertanto sulla nostra risposta d’amore che possiamo fare affidamento, ma prima di tutto sullo Spirito che abita in noi: è lo Spirito di Amore tra il Padre e il Figlio che ci fa uscire sempre più da noi stessi, in una espropriazione continua per essere tutti “Uno in Lui”. Ritorniamo dunque ogni giorno alle radici della nostra vocazione, imparando a non trattenere nulla per noi e riconoscendo la presenza di Gesù negli ultimi. Sono i privilegiati dal suo Amore. Ad essi sempre ci invia: “portare ai poveri il lieto annuncio”.

 

Ecco la missione della Chiesa, alla quale abbiamo consacrato la nostra esistenza fin da quando abbiamo risposto alla chiamata. Una missione esigente, da rinnovare nella fedeltà di ogni giorno e nella ricerca condivisa di modalità nuove per l’annuncio evangelico. Cari amici in Cristo, questo non è il tempo della rassegnazione o del lamento. Passiamo perciò dalla tentazione del rimpianto di tempi passati all’apertura fiduciosa del cuore. Insieme ai nostri fratelli diaconi e a tante voci ispirate che lo Spirito suscita in mezzo al suo Popolo accogliamo le sfide che sono sotto i nostri occhi. Le “minoranze creative”, che il giovane teologo Ratzinger individuava con intelligenza profetica, siano la nostra scelta radicale per tradurre oggi in forme nuove il primato dell’evangelizzazione: “mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio”.

 

Tutti i battezzati sono partecipi di questa missione, responsabili a pieno titolo del mandato del Risorto affidato agli apostoli: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16, 15). Lo siete Voi, carissimi consacrati e consacrate: la vostra dedizione ai piccoli e ai poveri, nella varietà dei carismi dei vostri fondatori, potrà essere stimolo forte di rinnovamento a condizione che torni a splendere nelle vostre fraternità, tra debolezze e inadeguatezze, la gioia del Vangelo. Lo siete Voi, operatori pastorali: i servizi che rendete nelle comunità ecclesiali manifestano la ricchezza dei doni dello Spirito per il bene di tutti, specie per le membra più sofferenti e in difficoltà. Lo siete Voi, uomini e donne chiamati a portare nella vita di ogni giorno, dalla famiglia al lavoro, dalla cultura alla politica, la novità sorprendente e tanto necessaria della Buona Notizia in contesti spesso refrattari o apparentemente chiusi. Lo siete in modo speciale Voi, ragazzi e giovani, che desiderate un futuro aperto all’accoglienza e all’inclusione, sognatori di una pace vera e giusta per tutti, strenui difensori della personale autonomia ma anche attenti a un modo nuovo di prendersi cura del Pianeta che abitiamo. Lo siete soprattutto Voi, donne di ogni età, che reclamate un riconoscimento nella Chiesa che non nasca da pure concessioni da parte di chi detiene il potere ma sia frutto di autentica conversione di tutta la comunità: solo insieme potremo esprimere la bellezza della chiamata ricevuta e rispondere con libertà profetica alle sfide di questo rapido e radicale “cambiamento d’epoca”.

 

Nella piccola sinagoga di Nàzaret il commento di Gesù alla profezia di Isaia destò prima meraviglia, poi perplessità e infine rifiuto. Non accada lo stesso a noi. L’intensa esperienza sinodale, condivisa con tanti fratelli e sorelle del nostro Paese e di ogni parte del mondo, ci trovi aperti a continuare il cammino insieme. Ora che ci viene chiesto di scendere nel concreto non dobbiamo farci prendere dalla superficialità o dalla paura. Non rimandiamo a domani ciò che ci viene chiesto oggi. Sì, fratelli e sorelle carissime: “oggi” il Signore ci chiede di rispondere al suo appello, “oggi” ci manda come ambasciatori di pace, “oggi” ci dona il suo Spirito perché possiamo stare accanto a ogni persona senza ignorare nessuno. Crediamo infatti che sono vere anche per noi, qui e ora, le sue parole con cui concluse la lettura del profeta Isaia: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. Abbiamo vissuto un tempo prolungato di ascolto, durato ben quattro anni. Ora, dopo un serio discernimento comunitario, stiamo entrando con vivo senso di responsabilità nella fase della recezione, consapevoli di avere tra le mani e nel cuore ciò che

 

è parso bene allo Spirito Santo e a noi” (At 15, 28). AMEN!

 

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