Mons. Alfano: “Accompagniamo il prossimo come fratelli e non come maestri”

Domenica 5 novembre ci presenta un passo del vangelo di Matteo:
 
In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: 
«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. 
Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente. 
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. 
Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».
 
Su questo passo del Vangelo, ci offre una riflessione, il nostro arcivescovo, mons. Francesco Alfano:
 
Dicono e non fanno. L’atteggiamento che Gesù questa volta stigmatizza non riguarda soltanto gli scribi, i farisei che ha davanti e che presenta alla folla, ai discepoli che lo ascoltano. È un rischio che corriamo tutti, nel presentarci come testimoni autorevoli, come educatori nei confronti degli altri, come responsabili della fede che professiamo potremmo incorrere nello stesso rischio: dire cose giuste, buone e belle e di non farle. Gesù scava in questo atteggiamento e prendendo spunto dalla realtà che ha davanti, lo descrive affinché siano tutti più attenti, ogni momento a non caderci. Qual è il rischio che si corre nell’esperienza religiosa? Quello di fare le cose solo per essere visti, quello di imporre sugli altri dei pesi che poi non si portano neppure con un dito, come dice Gesù. Presentarci come persone che salvaguardano, difendono gelosamente ed orgogliosamente valori alti, ma che poi nella pratica trovano mille scusanti semmai nemmeno ammettendolo pubblicamente per non comportarsi con coerenza e anche nella fedeltà. Un atteggiamento assai pericoloso che ci rende appunto ipocriti, al puto da essere considerati autorevoli, stimati, addirittura maestri degli altri. In realtà il vero maestro è chi pratica, chi vive in un certo modo. Perciò Gesù nella seconda parte del suo discorso invita fortemente i suoi discepoli a non presentarsi così. Anzi, è categorico: non fatevi chiamare voi maestri o guide, perché non lo siete. Perché siete discepoli. Anche quando avete la responsabilità di accompagnare altri discepoli che sostengono il cammino: c’è il maestro, c’è la guida ed è Cristo. Gesù dice “Non fatevi chiamare Padre sulla terra” proprio perché c’è un Padre, la fonte, l’origine, la sorgente. È a Lui che non ritorniamo, ricorriamo, attingiamo per vivere il nostro cammino, con semplicità e con il coraggio di scelte, coraggiose e non solo, autentiche, fedeli e anche capaci di intraprendere sentieri nuovi. Dunque essere discepoli significherà riconoscere il proprio limite e anche proporsi come accompagnatori. Il servizio, infatti Gesù conclude invitando a farci servi. Non un atteggiamento superiore che nasconde deficienze, ma un atteggiamento fraterno. Un atteggiamento di chi si mette al di sotto dell’altro per offrire un servizio nella crescita di tutta la comunità.