Mons. Alfano: Noi possiamo portare il frutto buono

Dal vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’e due in una buca? Il discepolo non è da più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo? Come puoi dire al tuo fratello: Permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, e tu non vedi la trave che è nel tuo? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.
Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo.
L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore».

Su questo passo del Vangelo, ci offre una riflessione, il nostro arcivescovo, mons. Francesco Alfano:

Può un cieco guidare un altro cieco?

La domanda che Gesù rivolge ai suoi discepoli, ci interpella da vicino, ci riguarda tutti perché sotto forma di parabola, Gesù continua il suo insegnamento, che apre prospettive nuove, straordinarie e indica una via nuova, una vita nuova, una realtà assolutamente nuova. I discepoli imparano dal Maestro ma non possono presumere di essere come il Maestro. Ecco un cieco, chiaramente rispondiamo con immediatezza, non guida un altro cieco cadranno tutti e due. È importante questa, apparentemente semplice, parabolletta che Gesù ci affida come un proverbio, perché ci invita a riconoscere, che noi da soli non riusciamo a presentarci agli altri, con un po’ di presunzione, come quelli che possono indicare la via. Abbiamo tutti bisogno di aiuto, siamo tutti un po’ ciechi che devono essere curati, siamo discepoli che devono imparare dal Maestro, a volte nei nostri atteggiamenti, è quello che Gesù vuole insegnare, ci presentiamo come coloro che già sanno, che hanno tutto a posto, che vogliono solo insegnare agli altri, ma questa è una chiusura, che non ci permette di incontrarci veramente nella condizione di verità e allora Gesù una volta che ha sgombrato il campo da quest’atteggiamento sbagliato va più in profondità e con un’immagine forte e molto nota ci invita a guardare con attenzione il rischio di diventare ipocriti, falsi, dobbiamo evitare. Puoi tu che hai una trave nell’occhio andare da chi assume una pagliuzza e dire permetti ti tolgo la pagliuzza? L’esempio è evidente e il paradosso è stremo, se io ho una trave come potrò aiutare chi ha solo una pagliuzza nell’occhio.
Gesù vuole invitare, i suoi discepoli, anche noi che lo ascoltiamo e con meraviglia, ma anche con un po’ di imbarazzo, perché ci sentiamo chiamati in causa, a evitare questo terribile rischio a partire da noi. Non possiamo andare dall’altro per correggerlo quando puoi abbiamo bisogno noi di essere corretti e invece portiamo senza nemmeno rendercene conto i nostri pesi che rallentano il cammino. Una trave è qualcosa di grave, tante volte la gravità delle nostre situazioni non ci permette di presentarci, se non dopo che ci siamo liberati. Ecco come possiamo presentarci ai fratelli: persone che liberate portano, come dice Gesù alla fine, frutto come un albero buono che porta frutto buono un albero cattivo non produrrà nulla di buono. Noi discepoli del Signore, raggiunti dalla sua bontà, possiamo portare il frutto buono della fraternità, della solidarietà ma ad una sola condizione, che ci convertiamo e ritorniamo a Lui.