“Togli i fatti dalla storia: tutto il resto è storytelling”. È l’assioma cruciale di Baricco quando spiega che la vita è un racconto e che i fatti non solo vanno interpretati al giusto modo, ma poi ci tocca pure raccontarli.
Quel che non racconti non è mai esistito, in certo senso.
E allora ecco un racconto. Una delle cinquantanove storie che riceverete – si spera – da chi la scorsa settimana ha scelto di peregrinare alla volta di Santiago.
I fatti: seconda tappa, quella micidiale, infinita e sfinente dati i chilometri e l’altimetria; appena presa la salita, dopo sosta breve, cielo uggioso e spiaggia lagunare, si fa il tappo sull’uscio di casa di una famiglia del posto. La muher esce fuori per timbrare le credenziali e trafficare souvenir. Poi si assenta, entra in casa.
Vien fuori con la frutta e un succo da bere, e un pezzo di pane. Corre da noi sorridendo: Està un chico! C’è un ragazzo di là, poco più su lungo la strada. Alzo gli occhi e incontro i suoi. Sorridenti. Tredici anni credo.
Maglietta rossa della Spagna di qualche anno fa, falsa. Pelle nera e scarpe da trekking, come la nonna che gli copre le spalle seguendolo in salita: scarponcini alla caviglia, gonna lunga a fiori, leggerissima. Shirt bianca arrotolata alle maniche. In testa un maccaturo e alla destra un bastone di legno, un pastorale.
Mentre li osservo stranito mi accarezza le gambe un animale furtivo. Anche lui segue la scia del bambino sorridente, è un cane bianco, un bastardino.
A questo punto inizia lo storytelling. Nel gruppo ci scambiamo impressioni: li avete visti quei due? Giulia, che paura quel cane. Chissà dove andranno? Sarà la nonna, si conoscono, sono insieme, sono pellegrini, sono indigeni, sono davvero passati accanto a noi? Li avete visti anche voi?
Poi inizia la pioggia. Prima leggera come quando cammini sotto un balcone dove hanno steso i panni ad asciugare. Poi abbondante, direi generosa. Fitta, ininterrotta. Sei chilometri di salita tutta bagnata, le gambe i pantaloncini e la faccia meno che lo zaino, almeno lui, preservato da una capsula a forma di crisalide. Pioggia abbondante ma sottilissima come capelli. La chiamano llovizna in tutta la Spagna e il Sudamerica, in Galizia Galabobos (inzuppa-sciocchi). Poi al pomeriggio, appena scollinati i seicento di dislivello, il sole e il mare di nuovo. E un tramonto meraviglioso. E l’arrivo che dimentica tutto, sia la fatica che i dettagli raccolti qua e là.
Io però quel bambino non l’ho dimenticato. Mi aveva impressionato quello sguardo sorridente e la gioia nell’accogliere il cibo questuato. Ci ripenso l’indomani. Ci ripenso muovendo i primi passi, nella notte, illuminato dalla torcia in fronte e dai lampioni sparuti, nella boscaglia piena di nebbia. Ci ripenso a un certo punto, che arriviamo ansimanti e a ritmo incalzante a un incrocio largo. C’è un parchetto a sinistra. Quattro panche di pietra e un tavolino. Ci ripenso a quel ragazzino. Ci ripenso e mente ricordo lo vedo ancora! Si era riparato dalla notte sotto una delle quattro panche di pietra. Sbuca come un contorsionista dalla scatola di vetro, ancora sorridente, ancora in maglia rossa e scarpe da montagna. Alle sue spalle la vecchia che impugna il bastone, gli occhi nascosti dal fazzolettone tirato in avanti. Intorno il cane, sempre lo stesso, senza abbaiare, senza scodinzolare qua e là. Fermo, in attesa del padrone.
Questi i fatti, non ho altro. Perché dopo quel passaggio fulmineo nella boscaglia la vecchia il bimbo e il cane non li ho visti più. Ho molto sperato di ritrovarli a Santiago o in un albergue, uno dei tanti. Ma a ripensarci erano troppo per loro tre, troppo ricchi quegli ostelli, troppo caotici, troppo pieni, troppo casa per chi una casa non ce l’ha, e nemmeno un giaciglio ove posare il capo. Che nostalgia di loro. Ho camminato sperando di poterli toccare, anche solo una mano per constatare che fossero veri come me, o che io fossi vero come loro. Ho sognato di aiutarli anch’io, anzi di ricevere il loro di aiuto, un briciolo di quella leggerezza povera e impagabile. Ho desiderato conoscerne i nomi, o almeno far conoscere il mio per affidarlo. Ho immaginato di ascoltarne la storia, fosse pure in una lingua diversa dalla mia, tanto in cammino ci si capisce.
Ma sono certo che quella storia in fondo la conosco già perché è la mia e la tua pure, di te che stai leggendo: una donna vecchia e stanca che però cammina da secoli, pellegrina di Speranza; un Bambino povero e felice che ti raggiunge nelle tue salite e poi scompare ai tuoi occhi, tanto lo sai che vi ritroverete a un altro incrocio. E poi quel cane, silenzioso, docile e fedele al suo giovane amico. Una triade senza ricchezze ma forte e libera, capace di camminare ancora e ancora. Una vecchia un bimbo e un cane.
È la tua storia, rimettiti in cammino.
Don Paolo Anastasio
