Tre esperienze. Tre luoghi e modalità differenti. Un unico desiderio: ricominciare da Dio.
È stata un’estate intensa per la comunità della Parrocchia Gesù Redentore di Pontone, a Sant’Antonio Abate, che nel mese di agosto ha vissuto tre significative esperienze comunitarie: i campi scout dall’1 al 10 agosto, il pellegrinaggio a Medjugorje dal 22 al 26 agosto e, subito dopo, il campo giovani ad Ovindoli dal 27 al 30 agosto.
Esperienze diverse per età, linguaggi e modalità, ma che, rilette insieme, sembrano comporre un unico cammino.
La strada: i campi scout
Ad aprire il mese di agosto sono stati i campi scout, vissuti dall’1 al 10 agosto.
Il campo porta sempre fuori: fuori dalle proprie abitudini, dalle comodità, dai ritmi ordinari. E proprio questa uscita diventa occasione per riscoprire l’essenziale, il valore della comunità, del servizio, della condivisione.
Anche la celebrazione dell’Eucaristia vissuta nei giorni di campo ha mantenuto vivo il legame tra l’esperienza scout e l’intera comunità parrocchiale.
Perché anche quando si parte, si resta parte di una casa. E ogni strada, per un cristiano, diventa possibilità di riconoscere i passi di Dio dentro i propri passi.
Medjugorje: tornare alla fonte
Dal 22 al 26 agosto un gruppo della comunità ha raggiunto Medjugorje.
Non anzitutto alla ricerca dello straordinario, ma per riscoprire la straordinarietà delle cose più semplici della fede: la Santa Messa, la confessione, l’adorazione eucaristica, il Rosario, la Parola di Dio.
Il pellegrinaggio ha fatto emergere una domanda che riguarda non soltanto chi è partito, ma ogni comunità cristiana: in mezzo alle tante iniziative, attività e proposte pastorali, qual è il centro?
La risposta è tornata con forza alle parole degli Atti degli Apostoli e ai quattro pilastri della prima comunità cristiana: la Parola, la comunione fraterna, lo spezzare il pane e la preghiera.
Medjugorje ha così assunto il volto di un ritorno alla sorgente: meno rumore, meno sovrastrutture, per ritrovarsi nuovamente davanti a ciò che conta davvero: Dio, la sua Parola, l’Eucaristia, la preghiera e i fratelli.
La salita alla collina delle apparizioni, il Križevac, i momenti di silenzio e di preghiera hanno raccontato anche un’altra verità: nessuno cammina da solo.
C’è chi precede, chi cammina accanto, chi tende una mano. La comunità non è il luogo delle persone perfette, ma una terra nella quale si impara continuamente a ricucire, sostenersi, perdonarsi e scegliersi ancora.
Da qui una parola consegnata al ritorno: ricominciare.
Ricominciare da Dio.
Ritornare alla preghiera.
Ritrovare la fonte.
Rimettere al centro la relazione con Lui.
Non tornare semplicemente indietro, ma tornare al principio per poter guardare avanti con occhi nuovi.
Ovindoli: “Vieni dietro a me”
Quasi senza soluzione di continuità, il 27 agosto è iniziato ad Ovindoli, in Abruzzo, il campo dedicato ai ragazzi e ai giovani della comunità.
Se Medjugorje aveva riconsegnato i pilastri, Ovindoli ha provato a metterli concretamente alla prova nella vita di un gruppo.
Parola, preghiera, Eucaristia e fraternità sono diventate giornate condivise, silenzi, fatiche, escursioni, confronti, incomprensioni da attraversare e legami da costruire.
All’inizio del campo l’immagine evangelica è stata quella del granello di senape: qualcosa di piccolo che, affidato a Dio, può diventare un albero capace di offrire ombra, riparo e casa. Il sogno consegnato ai giovani è stato proprio questo: diventare sempre più una comunità nella quale qualcuno possa trovare posto.
Uno dei momenti centrali è stato vissuto a L’Aquila, in occasione della Perdonanza Celestiniana, attraversando la Porta Santa della Basilica di Collemaggio e vivendo il sacramento della Riconciliazione.
Attraversare una porta è diventato il segno di una scelta: lasciare qualcosa alle spalle e ricominciare. Scoprire che Dio è più grande delle cadute, del peccato e di tutto ciò che ciascuno porta dentro.
Il campo ha attraversato anche la bellezza dell’Abruzzo, dal lago di Sinizzo alle Grotte di Stiffe, fino a una serata particolare ad Ovindoli.
La piccola chiesa del paese ha aperto le sue porte. Alcuni giovani sono rimasti davanti all’Eucaristia, altri sono usciti per le strade invitando le persone ad entrare per un momento di preghiera.
“Open”, porte aperte: non soltanto uno slogan, ma uno stile.
Una Chiesa che prega e, nello stesso tempo, esce. Una Chiesa che non ha paura di incontrare, invitare, bussare, anche quando qualche porta può chiudersi.
Tre esperienze, una sola domanda
L’ultima Parola del campo di Ovindoli ha forse raccolto tutta l’estate:
«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24).
“Vieni dietro a me”.
Dopo i campi scout.
Dopo Medjugorje.
Dopo Ovindoli.
Il punto non è conservare il ricordo di giorni belli, ma comprendere chi scegliere di seguire quando si ritorna a casa.
I giovani lo hanno scritto anche nei loro impegni conclusivi: “Gesù prima di tutto”, “voglio ricominciare”, “continuare il cammino spirituale”, “pregare personalmente più frequentemente”, “dopo il campo confido in Te, Gesù”.
È forse questa la consegna che le tre esperienze lasciano all’intera comunità parrocchiale.
L’estate passa.
I campi finiscono.
I pellegrinaggi terminano.
I pullman tornano a casa.
Ma il Vangelo continua.
E allora ricominciare significa forse proprio questo:
Gesù davanti.
Noi dietro.
E ancora strada.
Una strada da percorrere insieme, tornando continuamente a quei quattro pilastri che hanno accompagnato questa estate: Parola, Eucaristia, preghiera e fraternità.
Perché una comunità cristiana non vive semplicemente di iniziative. Vive di Cristo.
E ogni volta che torna a Lui, può davvero ricominciare.






