È una celebrazione segnata dal silenzio, dalla preghiera e dalla profondità della consacrazione quella vissuta oggi, 15 settembre, nella chiesa di San Bartolomeo a Castellammare di Stabia, dove la comunità delle Monache Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento ha rinnovato i propri voti.
La memoria liturgica della Beata Vergine Maria Addolorata ha offerto alla celebrazione un particolare significato spirituale. Davanti alla comunità cristiana si è rinnovato il sì di donne che hanno scelto di consegnare tutta la propria esistenza a Cristo, custodendo nel cuore il mondo e portandolo continuamente davanti al Signore nell’adorazione eucaristica.
Le Adoratrici Perpetue del Santissimo Sacramento costituiscono, anche per la nostra Chiesa diocesana, una presenza contemplativa preziosa: la loro vita, vissuta nel nascondimento e nella preghiera, è una testimonianza continua della centralità dell’Eucaristia e della potenza trasformante dell’amore di Cristo. L’Arcidiocesi le annovera tra le proprie comunità monastiche di clausura, con il monastero di Castellammare in Largo Pace.
Nell’omelia, il nostro vescovo Mons. Francesco Alfano, contemplando il Vangelo di Giovanni proclamato nella memoria dell’Addolorata, ha invitato a lasciarsi condurre da Maria sotto la Croce. Ma, ha sottolineato, Maria non ci conduce ai piedi della Croce perché rimaniamo prigionieri della sofferenza.
Maria ci conduce sotto la Croce perché possiamo entrare, con lei e in lei, nel mistero pasquale del Figlio.
La Croce, infatti, non è il luogo nel quale il dolore ha l’ultima parola. È il luogo nel quale il dolore, assunto da Cristo e attraversato dall’amore, può diventare offerta, comunione, redenzione. Maria stessa vive questo mistero: non viene risparmiata dalla sofferenza, ma la sua sofferenza, unita a quella del Figlio, diventa partecipazione al dono della salvezza.
È questo il passaggio decisivo: non una sofferenza che schiaccia, ma una sofferenza consegnata all’amore di Dio.
Sotto la Croce Maria rimane. Rimane con il cuore aperto, senza fuggire davanti al dolore, ma anche senza permettere che il dolore chiuda il cuore. Ella custodisce nel proprio cuore il dramma del Figlio e, attraverso di Lui, il dramma dell’umanità. La sua presenza diventa così una forma di intercessione: stare davanti a Dio portando con sé la vita degli altri.
Ed è proprio qui che il Vescovo ha individuato una profonda sintonia tra il mistero di Maria e la vocazione delle Adoratrici.
La loro esistenza apparentemente nascosta non è una fuga dal mondo. Al contrario, è un modo radicale di abitarlo davanti a Dio. Nel silenzio del monastero, attraverso l’adorazione eucaristica, ogni giorno vengono portate davanti al Signore le gioie e le ferite dell’umanità, le attese e le paure, le solitudini, le malattie, le famiglie, le guerre, le povertà, le persone che non hanno più voce.
Tutto viene deposto davanti a Cristo.
E ciò che viene deposto davanti a Lui non rimane semplicemente ciò che era. Viene attraversato dall’amore. Non perché il dolore venga negato o banalizzato, ma perché, consegnato a Cristo, può essere trasfigurato dentro il mistero della sua Pasqua.
È questa, in fondo, la forza discreta della vita contemplativa: prendere sul serio il mondo proprio perché lo si porta davanti a Dio.
L’adorazione eucaristica diventa così una sorta di grande abbraccio spirituale. Le monache, nel loro quotidiano stare davanti al Sacramento, raccolgono nel cuore ciò che accade nel cuore degli uomini e lo affidano al Cuore di Cristo. La loro clausura non restringe l’orizzonte della loro preghiera: lo dilata.
La loro vita dice alla Chiesa che nessuna sofferenza è estranea al cuore di Dio e che nessuna storia umana è troppo piccola per essere portata davanti a Lui.
In questo senso, il rinnovo dei voti delle Adoratrici Perpetue non è soltanto un momento importante per la loro comunità. È un dono per tutta la Chiesa.
Il loro sì rinnovato ricorda a tutti che la vocazione cristiana nasce dalla consegna della propria vita. E che l’adorazione non consiste semplicemente nello stare davanti a Gesù presente nell’Eucaristia, ma nel lasciarsi conformare al suo modo di amare: un amore che accoglie, porta, offre, intercede e trasfigura.
Le Adoratrici ci ricordano così che il cuore di Dio vuole raggiungere il cuore di ogni uomo. E la loro vocazione è proprio quella di custodire questo passaggio: portare il cuore dell’umanità davanti a Cristo perché il cuore di Cristo possa raggiungere ogni uomo.
Nel giorno in cui la Chiesa contempla Maria Addolorata, sotto la Croce, questa testimonianza acquista una luce particolare. Maria ci insegna a non fuggire dal dolore, ma a consegnarlo; non a rimanere prigionieri della Croce, ma a lasciarci condurre, attraverso di essa, verso la vita nuova della Pasqua.
Le Adoratrici, nel silenzio della loro quotidianità, continuano a rendere visibile questo mistero.
Stanno davanti all’Eucaristia perché il mondo possa essere custodito nel cuore di Dio.
E mentre rinnovano i loro voti, la Chiesa tutta è invitata a rinnovare il proprio: quello di credere che l’amore di Cristo è più grande di ogni ferita e che, quando una vita viene consegnata nelle sue mani, anche ciò che sembra soltanto dolore può diventare luogo di grazia, di comunione e di speranza.
Don Salvatore Abagnale
