23 Settembre 2026

Entriamo insieme nel mistero dell’Ordinazione presbiterale: sette segni tra parole e silenzi

Aspettando le promesse di Silvio: un dono che Dio fa al suo popolo

Venerdì 2 ottobre la nostra Chiesa diocesana vivrà un momento di particolare grazia: il diacono Silvio Mascolo sarà ordinato presbitero. Ci ritroveremo non semplicemente per assistere a qualcosa che riguarda la vita di Silvio, ma per lasciarci coinvolgere in ciò che Dio ancora una volta compie nella sua Chiesa. Perché un’Ordinazione non è anzitutto un traguardo raggiunto, né il riconoscimento di un cammino compiuto: è un dono che Dio fa al suo popolo. E forse il modo più bello per prepararci a quella celebrazione è proprio entrare lentamente dentro i suoi gesti, lasciandoci condurre dalla liturgia.

Ci sono parole e silenzi, mani e corpi prostrati, olio, pane e vino. E ciascuno di questi segni ci apre una finestra sul mistero. Il rito stesso, diventa così, luogo nel quale la Chiesa manifesta ciò che crede e ciò che riceve da Dio.

 

«Eccomi»: chiamato dentro un popolo

Il rito dell’Ordinazione prende avvio dopo la proclamazione del Vangelo. Non è un dettaglio: prima viene la Parola, poi la Chiesa chiama. Silvio sarà chiamato per nome e risponderà: «Eccomi». Una parola piccola, capace però di contenere una vita intera. È l’eccomi di chi riconosce che la propria storia non appartiene più soltanto a se stesso, ma viene consegnata a Dio perché diventi dono per altri. E tuttavia nessuno si presenta da solo: è la Chiesa che presenta, la Chiesa che domanda l’Ordinazione, la Chiesa che riconosce una chiamata che non si è data da sé. Dopo l’elezione da parte del Vescovo, tutta l’assemblea rende grazie a Dio. In quel momento comprendiamo una cosa essenziale: un prete non nasce per se stesso e non nasce da se stesso; nasce dentro un popolo ed è donato a un popolo. Il rito mostra fin dall’inizio questo legame profondo tra il ministro e la comunità che lo accoglie e per la quale viene ordinato.

 

 

Le promesse: una vita consegnata

Dopo l’omelia verranno le domande del Vescovo. A Silvio sarà chiesto se vuole esercitare il ministero come fedele cooperatore dell’ordine dei Vescovi, annunciare il Vangelo, celebrare i misteri di Cristo, implorare la misericordia di Dio per il popolo e unirsi sempre più intimamente al Signore. Le chiamiamo “promesse”, ma dentro quelle risposte c’è molto più di un programma pastorale: c’è una consegna. Il ministero ordinato non consiste semplicemente nell’assumere alcuni compiti; coinvolge l’esistenza. E proprio per questo il rito tiene continuamente insieme dono e impegno: tutto nasce dalla grazia, ma la grazia chiede la libertà di un uomo che risponda. Tra queste promesse ce n’è una che diventa anche gesto: Silvio porrà le proprie mani tra quelle del Vescovo promettendo rispetto e obbedienza. Mani dentro altre mani. Non è soltanto il segno di una dipendenza, ma di una reciproca responsabilità: il presbitero consegna la sua vita alla Chiesa e il Vescovo accoglie quella vita impegnandosi a custodirne il ministero. Il presbiterato, infatti, non è mai un’avventura solitaria.

 

A terra, mentre la Chiesa prega

Poi accadrà qualcosa di disarmante: Silvio si prostrerà a terra. Non parlerà, non farà nulla. Mentre lui sarà disteso, tutta la Chiesa inizierà a cantare le Litanie dei Santi. Forse è uno dei momenti più veri dell’intera celebrazione. Colui che tra poco riceverà l’Ordinazione non conquista un posto, ma si mette a terra; non mostra la propria forza, ma riconosce di avere bisogno; non promette efficienza, ma lascia che sia la Chiesa a pregare per lui. In quella prostrazione c’è tutta la fragilità dell’uomo e, insieme, tutta la sua disponibilità: è come dire con il corpo, prima ancora che con le parole, “la mia vita è tua”. E attorno a lui la Chiesa si allarga: vengono invocati Maria e i Santi, la Chiesa della terra si apre alla Chiesa del cielo e, per qualche istante, la nostra assemblea diventa più grande delle sue mura. Il rito ci ricorda così che nessun prete può reggersi da solo: ha bisogno della preghiera di tutta la Chiesa.

 

 

Il silenzio e le mani: quando agisce lo Spirito

Poi arriviamo al cuore. Forse ci aspetteremmo che il momento più importante fosse accompagnato da molte parole, da un canto solenne, da qualcosa di imponente. Accade invece il contrario: silenzio. Silvio si inginocchierà davanti al Vescovo e il Vescovo poserà le mani sul suo capo senza pronunciare nulla; dopo di lui faranno lo stesso i presbiteri presenti. Mani e silenzio. È difficile trovare un’immagine più essenziale. Il silenzio custodisce un’azione che non appartiene all’uomo: lì la Chiesa riconosce che è lo Spirito Santo ad agire. L’imposizione delle mani e la Preghiera di Ordinazione costituiscono il nucleo centrale del rito: non una nomina, non una promozione, non il conferimento di un ruolo, ma un’epiclesi, un’invocazione dello Spirito che prende la vita di un uomo e la abilita a una missione. E quelle mani dei presbiteri dicono anche un’altra cosa: Silvio non viene ordinato per essere solo, ma viene accolto dentro un presbiterio. Il rito stesso sottolinea continuamente il legame con il Vescovo, con gli altri presbiteri e con il popolo affidato alle sue cure.

 

Le mani unte, una vita per il popolo

Terminata la Preghiera di Ordinazione, ciò che è avvenuto nel profondo comincia ad essere manifestato attraverso alcuni gesti. Silvio sarà rivestito della stola e della casula e poi il Vescovo ungerà con il santo Crisma le sue mani. Sono le sue mani di sempre: mani che hanno lavorato, stretto altre mani, accarezzato, servito, magari anche tremato. Dio non sostituisce la nostra umanità, la prende e la consacra. Quelle mani saranno chiamate a benedire, a spezzare il Pane, a riconciliare, a sostenere, ad accompagnare. Non sono mani rese più importanti delle altre, sono mani consegnate perché servano. È questo il senso profondo dell’unzione: non un privilegio, ma una destinazione, una vita posta a servizio della santificazione del popolo di Dio.

 

 

 

«Imita ciò che celebrerai»

Poi nelle mani appena unte verranno posti il pane e il vino. Sono i doni del popolo, ciò che da lì a poco diventerà il Corpo e il Sangue del Signore. Ed è proprio qui che il rito consegna al nuovo presbitero una delle parole più esigenti della sua vita: «Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore». Non basta celebrare, bisogna diventare ciò che si celebra. Non basta spezzare il Pane, occorre imparare a lasciarsi spezzare; non basta alzare il calice, bisogna accettare che anche la propria vita venga versata. L’Eucaristia non sarà soltanto qualcosa che il prete “fa”, ma la forma stessa verso la quale tutta la sua esistenza sarà continuamente chiamata: una vita presa, benedetta, spezzata e donata. La consegna del pane e del vino diventa così quasi un ponte tra l’Ordinazione e la Liturgia eucaristica e manifesta il legame profondo tra ministero, offerta e vita.

 

 

Un abbraccio e poi l’altare

Infine il Vescovo e i presbiteri scambieranno con il nuovo ordinato l’abbraccio di pace. Non è semplicemente il momento festoso con cui si conclude il rito, ma il segno visibile di una fraternità: “non sei solo”. Da quel momento il ministero di Silvio sarà legato sacramentalmente al Vescovo, al presbiterio e al popolo di Dio. L’abbraccio rende visibile una comunione che l’Ordinazione ha appena generato. E poi tutto continua verso l’altare. Il nuovo presbitero prende posto accanto al Vescovo e celebra per la prima volta l’Eucaristia come sacerdote. Quasi a ricordarci che l’Ordinazione non è una parentesi dentro la Messa: tutto conduce lì, perché al centro non c’è il prete, ma Cristo. Sempre. Silvio sarà posto in mezzo alla Chiesa proprio perché possa continuamente indicare un Altro; riceverà la Parola perché possa annunciarla, l’Eucaristia perché possa spezzarla, un popolo perché possa servirlo.

 

 

Venerdì 2 ottobre, allora, non saremo semplicemente spettatori di ciò che Dio farà nella vita di Silvio. Saremo la Chiesa che lo presenta, la Chiesa che lo ascolta dire «Eccomi», la Chiesa che prega mentre è prostrato, la Chiesa che tace mentre vengono imposte le mani, la Chiesa che lo accoglie dentro un presbiterio, la Chiesa che gli consegna il pane e il vino. E forse sarà anche l’occasione per ricordarci che la Chiesa non vive prima di tutto dei nostri programmi, dei nostri progetti o delle nostre capacità, ma dei doni che lo Spirito continua a suscitare.

Don Salvatore Iaccarino

 

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