Messa Crismale

L'omelia, le foto ed il video.

I rintocchi della Campane si sentono più forte in una Sorrento più vuota del solito. Tuniche bianche sono in cammino fuori il sagrato, la Croce risplende grazie ad un raggio di sole, l’Evangeliario la segue. Sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose e pochi laici, hanno appena varcato l’ingresso della Cattedrale dei Santi Filippo e Giacomo. Eccole, arrivano le prime note del Gloria. Il triduo pasquale ha finalmente avuto inizio.

Omelia del nostro Arcivescovo:

Cari amici,

mai come quest’anno la celebrazione della Messa Crismale è stata attesa, desiderata, quasi richiesta con insistenza: la pausa forzata dello scorso anno non solo non la dimenticheremo facilmente, ma molto più ci ha permesso di prepararci a gustare con maggiore intensità la bellezza di questa solenne azione liturgica, unica per il suo valore simbolico e per la manifestazione sacramentale del mistero che ci è stato affidato perché il mondo creda. Siamo la Chiesa di Cristo, resa santa dal suo Spirito che abita in noi! Membra scelte del suo Corpo, donato dall’alto della Croce perché tutti abbiano la vita! Parte viva del Popolo di Dio, pellegrino in questa terra benedetta e perciò testimone coraggioso del Risorto, unica speranza dell’umanità! Radunati tutti insieme, il vescovo con i presbiteri e i diaconi, con i seminaristi e i rappresentanti della vita consacrata e dei fedeli laici, portiamo con noi il peso e la fatica di questo tempo di prova. Sentiamo il bisogno di essere aiutati, sostenuti, rafforzati. Dinanzi alle tante paure e angosce, che stiamo condividendo con la nostra gente, non ci siamo fermati né è prevalso il senso di pessimismo o di resa. Oggi vogliamo proclamare ad alta voce la fedeltà del Signore, cantare con gioia il suo amore infinito, invocare con fiducia il suo Nome misericordioso. Non è nostra l’iniziativa, non ne saremmo umanamente capaci. Come sempre, celebrando l’Eucaristia noi rispondiamo a un invito: siamo stati convocati e ci lasciamo attrarre da Lui, il Signore Gesù, dal quale riceviamo “grazia e pace” e che acclamiamo come “il testimone fedele, il primogenito dei morti, il sovrano dei re della terra” (Ap 1,5).

Dobbiamo tuttavia riconoscerlo: facciamo fatica a parlare. Non possiamo dimenticare le sofferenze di tante famiglie che hanno perso i loro cari, i timori di quanti non stanno lavorando e non sanno cosa li aspetta nel prossimo futuro, i drammi di coloro che sono rimasti soli o si trovano costretti a una convivenza difficile e in molti casi violenta. Risuona in mezzo a noi il grido dei poveri e dei disperati. Sono impressi in noi i volti degli smarriti di cuore, che implorano soccorso. Conosciamo i nomi e le storie degli ultimi, troppo facilmente giudicati ed esclusi: stanno pagando il prezzo più alto, nel disorientamento totale e senza quei pochi punti di riferimento che permettevano loro di sopportare un peso spesso disumano. Le nostre parole, nel giorno tanto atteso della grande festa, cedono il posto al silenzio. Come quel giorno nella sinagoga di Nàzaret, anche noi sentiamo il bisogno di una Parola altra, che allarghi i nostri orizzonti troppo ristretti e ci consenta di avvertire la potenza del dono di Dio che Gesù comunica: “Lo Spirito del Signore è sopra di me” (Lc 4, 18). Anche i nostri occhi, pertanto, sono oggi “tutti fissi su di lui” (Lc 4, 20).

Nella profezia di Isaia ci è indicata una strada, che Gesù ha percorso fino in fondo e che chiede a tutti i suoi discepoli di attraversare. La mostra innanzitutto a noi, carissimi confratelli nel presbiterato: il rinnovo delle promesse sacerdotali, che tra poco rivivremo, ci impegna a poggiare il nostro ministero non tanto sulle forze e capacità di cui pure siamo dotati, ma sul suo Spirito: Egli ci avvolge e ci conduce per vie che spesso sfuggono a una prospettiva puramente umana. Ecco la profezia a cui è chiamata l’intera famiglia ecclesiale e che deve vedere in noi pastori i primi discepoli disposti a lasciarsi plasmare con docilità dalla novità del Vangelo. Vorrei evidenziare innanzitutto per noi, investiti nel sacramento dell’Ordine da questa grazia singolare, l’importanza del primato dello Spirito nella nostra missione pastorale. Cosa significa? Certo non si tratta di rifugiarsi in un mondo intimistico o di coltivare una spiritualità disincarnata. Neppure consiste nel predominio del proprio estro, seguendo quasi solo per istinto ciò che ognuno di noi ritiene più giusto e urgente. Si ascolta lo Spirito quando si frequentano a lungo le Scritture, dimorando in esse ogni giorno con fiducia, certi di trovarvi la forza per il cammino e la luce che permette di vedere lontano. Si ascolta lo Spirito quando si fa spazio al confratello per condividere tempo ed energie, consapevoli che la fraternità sacerdotale si nutre della stima sincera e si fa corresponsabilità convinta. Si ascolta lo Spirito quando il nostro cuore resta casto, imparando ad amare nella libertà e senza mai possedere per sé, perché tutti possano trovare in noi un segno concreto della predilezione del Padre per ciascuno dei suoi figli. Si ascolta lo Spirito quando facciamo scelte coerenti e radicali di povertà, nella disponibilità a mettere a disposizione di tutti e in particolare dei più poveri i beni di cui siamo solo amministratori. Si ascolta lo Spirito quando, rinunciando a ogni pretesa umanamente comprensibile, ubbidiamo solo a Dio riconoscendo la sua voce che in mille modi si manifesta nelle vicende liete e tristi della vita, persino nelle fragilità che portiamo con noi e che da ferite sanguinanti possono trasformarsi in feritoie di santità.

Non dobbiamo pertanto aver paura di lasciarci condurre dallo Spirito. È in gioco non solo la fedeltà al nostro ministero, ma ancora più la missione profetica della Chiesa. Ci viene chiesto di abitare questo tempo tanto difficile con una speranza grande e non da rassegnati o arrabbiati. Mettiamoci decisamente alla scuola del Vangelo, con sincera umiltà e nella semplicità di cuore. Impariamo ad ascoltare tutti, valorizzando i consigli anche di quelli che sembrano contare meno agli occhi di un mondo sempre più efficientista e competitivo. Offriamo il generoso servizio di pastori senza imporre mai il nostro modo di vedere, ma accogliendo con rispetto e attenzione il contributo di ogni membro della comunità. Non giudichiamo e non escludiamo chi la pensa diversamente da noi. Impegniamoci a far crescere ogni persona nella libertà e nella responsabilità, non nel chiuso di un recinto sacro che isola e crea dipendenze ma nella vita di ogni giorno con la sua ferialità laica, che Gesù ci ha rivelato come luogo privilegiato della presenza del Padre suo e nostro. Non cediamo al fascino subdolo e perciò satanico del recupero di ciò che la pandemia ci ha rubato, appena ci sarà possibile: non è certo la nostalgia del passato a renderci profeti credibili che anticipano il futuro con parresia evangelica. Appassioniamoci invece alla ricerca dei segni di novità, delle tracce di libertà, dei germi di fraternità che ognuno di noi già intravede, ma che solo insieme potremo accogliere e condividere. La Chiesa, di cui siamo servi e mai padroni, potrà riscoprire la sua vocazione profetica se tutti uniti, come una sola famiglia, saremo disposti a cambiare i nostri stili di vita pur di “portare ai poveri il lieto annuncio… e proclamare l’anno di grazia del Signore” (Lc 4, 18-19).

Tra poco, carissimi, benediremo l’Olio degli Infermi perché conforti quanti sono nella sofferenza, l’Olio dei catecumeni perché rinascano a vita nuova nella Chiesa, e l’Olio per il sacro Crisma perché tutto il Popolo di Dio sia consacrato e reso partecipe della missione di Cristo. Nel rito esprimeremo ciò che siamo, per puro dono divino, e ciò che ci impegniamo a diventare, per nostra crescente responsabilità. Riascoltiamo dunque le parole del profeta Isaia, che Gesù ha fatto sue a Nazàret e che oggi riconsegna a noi tutti qui riuniti per rappresentare la Chiesa pellegrina in Sorrento-Castellammare di Stabia: “per questo mi ha consacrato con l’unzione” (Lc 4, 18). Ecco come siamo aiutati a camminare sulle vie della missione e della profezia: il dono dell’unità ci costituisce nella liturgia come l’unico Corpo di Cristo, affinché possiamo testimoniare nella storia del nostro tempo la sua azione salvifica. È Lui che ci dà forza nella prova. È Lui che ci unisce a sé facendo armonia delle nostre diversità. È Lui che ci invia nel mondo perché nessuno resti prigioniero del male. La varietà di carismi e ministeri deve essere sempre più riconosciuta, valorizzata, promossa. Solo una ministerialità diffusa ci consentirà di esprimere la ricchezza dei doni ricevuti e la gioia di metterli al servizio di tutti, in particolare di quanti sono oppressi dalle tante forme di schiavitù che oggi vanno diffondendosi. Come non chiedere a Voi, amatissimi consacrati e consacrate, di far brillare il carisma della vostra vocazione alla santità? Voi lo sapete: non è per Voi stessi o solo per le Vostre famiglie religiose che siete chiamati a vivere la fraternità. È un’anticipazione del Regno, un segno escatologico della vita nuova in Cristo, un annuncio profetico dell’unità di tutto il genere umano che la Chiesa deve contribuire ad affrettare. Voi occupate un posto speciale nel cuore di Cristo e in quello di ciascuno di noi!

Non vogliamo infine dimenticare nessuno in questa solenne celebrazione, che ci introduce alla Pasqua. I diaconi, che si preparano ad accogliere nel loro piccolo collegio due nuovi membri, segno di una promettente stagione di vocazioni al servizio per il bene di tutti. I seminaristi, alle prese come tutti gli studenti con le fatiche e i disagi di questo tempo, ma desiderosi di crescere formandosi secondo le esigenze della società e della Chiesa. I catechisti e gli educatori, sottoposti a un supplemento di impegno nella ricerca di vie nuove perché nessuno sia trascurato nell’essere accompagnato a incontrare Gesù. Le famiglie, sottoposte a sforzi di ogni tipo e a grandi sacrifici, ma chiamate a riscoprire la centralità della loro missione anche nella comunità ecclesiale. Portiamo con noi nella preghiera gli anziani, gli operatori sanitari, i lavoratori e gli imprenditori, gli amministratori e i politici, le comunità scolastiche, i tantissimi giovani. Per tutti valgono le parole con cui Papa Francesco apre un suo recente libro, dal significativo titolo “Ritorniamo a sognare. La sfida verso un futuro migliore”:

È il momento di sognare in grande, di ripensare le nostre priorità – ciò che stimiamo, ciò che vogliamo, ciò che cerchiamo – e di impegnarci nelle piccole cose, di agire secondo ciò che abbiamo sognato. Ciò che avverto in questo momento assomiglia a ciò che Isaia sentì dire a Dio dentro di sé:

Vieni e discutiamone. Mettiamoci a sognare”.

AMEN!