Il nucleo fondamentale degli Esercizi Spirituali per laici e operatori pastorali, tenuti presso il Centro “La Pace” di Benevento dall’Arcivescovo Mons. Franco Alfano dal 2 al 5 Gennaio 2026, è stato quello di conoscere la vera immagine di Dio, smascherando le interpretazioni e le immagini erronee di Dio che ciascuno si porta dentro.
Il Dio che Osea, tramite le meditazioni del Vescovo, ci ha presentato è un Dio dal cuore ferito, un Dio che, per farsi conoscere, fa fare anche al profeta un’esperienza umana di amore infedele, in modo che l’uomo conosca il dramma profondo di questo Dio vulnerabile davanti a un popolo che si è rivolto ad altre divinità per un tornaconto personale, e sperimenti il Suo pathos e le Sue emozioni intime davanti al tradimento del suo popolo.
Il racconto di Osea ha così parlato anche al nostro presente, descrivendo le nostre dinamiche relazionali e comunitarie, le nostre reazioni davanti alla delusione, alle aspettative mancate, alla mancanza di un gesto di tenerezza. Tuttavia il Dio che ci presenta Osea non si ferma davanti al tradimento, ma continua ad amare, come uno sposo che pieno di tenerezza parla al cuore della sua sposa o come un padre che insegna al suo bimbo a camminare sorreggendolo per le braccia e dandogli la mano. Questo Dio compassionevole, che ama profondamente oltre ogni aspettativa umana e offre sempre la possibilità di ricominciare, è quello che nell’ultimo giorno abbiamo ritrovato nel Padre misericordioso di Lc.15,11-32, che aspetta trepidante il ritorno del figlio più giovane e che va incontro a quello maggiore che non ha ancora capito l’amore gratuito del Padre.
Il percorso spirituale alla conoscenza della vera immagine di Dio e del suo immenso amore, è stato scandito, inoltre, da tre momenti significativi, introdotti ogni mattina dalla riflessione del Vicario Generale don Salvatore Abagnale: la memoria (ossia l’atto di tornare alla verità, perché noi siamo stati amati da sempre da Dio, anche quando non lo sapevamo), la ferita (il luogo dell’anima in cui siamo nel bisogno e in cui Dio ci raggiunge) e la promessa (ossia il volto nuovo della nostra storia se ci lasciamo raggiungere da Lui); questi momenti sono stati seguiti, la sera, da un’attività esperienziale che ha trovato il momento più alto nella “carezza del Vescovo” a ciascuno di noi.
Marina Allocati
Il silenzio, la preghiera, il canto gregoriano che accompagna i miei pasti, la liturgia delle ore, la S. Messa, le passeggiate tra le alte conifere che quasi mi chiedono di guardare in alto, il colloquio personale, la liturgia penitenziale e la gioia della Riconciliazione, la musica che anima le celebrazioni, le condivisioni e le testimonianze dei fratelli e delle sorelle, l’Adorazione Eucaristica, il comunicarsi al Corpo e al Sangue di Cristo, la carezza, sicut Pater, dell’Arcivescovo e la piccola luce ricevuta dalle sue mani.
E poi i veri protagonisti di questi Esercizi: la Parola di Dio, lo Spirito Santo e il mio cuore.
A spezzare il silenzio è la potenza vibrante e penetrante della Parola di Dio, nella fattispecie il libro del profeta Osea, attraverso le meditazioni dell’Arcivescovo e con le coordinate della vita spirituale tracciate da don Salvatore: memoria, ferita e promessa. Chiudo gli occhi, mi concentro sul momento presente, libero la mente da preoccupazioni e pensieri, esprimo interiormente il mio desiderio di stare alla presenza del Signore, chiedo allo Spirito Santo la grazia di sentire e gustare la bellezza di stare con il Signore, provo a entrare nel testo, sento queste parole rivolte a me oggi e dialogo con il Signore su quale sento essere il tempo della mia vita. Risuona nel mio cuore, inteso nell’accezione ebraica del termine, la metafora sponsale di Dio, la sua materna e tenera paternità, il suo pathos e il suo dramma, la sua fedeltà, il suo amore gratuito che sa attendere, sa perdonare ed è pronto a ricominciare, il suo potente ruggito e l’armonia del Creato. Sulla scorta di tali risonanze, lascio affiorare il mio sentire, le mie passioni, le mie ferite, le mie gioie, i miei sentimenti, senza censure, senza giudizi e senza pregiudizi e come un amico fa con un amico provo a dialogare con il Signore su ciò che sto vivendo, mi interrogo su quale immagine di Dio ho, in quale Dio credo, se permetto a Dio di essere Padre riconoscendone la sua cura paterna, se per me “mancare il bersaglio” è tradire un precetto o tradire l’Amore di Dio, se riconosco la presenza di Dio nella mia vita e nella mia comunità e di essere figlio amato.
Ritorno a casa ancora più stupito del progetto di Amore di Dio verso di me e per le meraviglie che ha compiuto nella mia vita e per tutti coloro che mi hanno testimoniato un Dio vicino che è Padre e in quanto tale misericordioso, amorevole e provvidente e ancora più convinto della mia scelta d’amore da cui è scaturito il mio primo “Eccomi!”. Con maggiore forza, allora, ripeto questa mia preghiera: Signore, Tu che “intendi da lontano i miei pensieri … e ti sono note tutte le mie vie” guida i passi del mio cammino e aiutami a testimoniare il tuo piano di Amore!
Tommaso Savarese
Un viaggio inizia sempre da un piccolo passo che non sai dove ti porterà e chi ti farà incontrare… ed il mio, per la prima volta in solitaria, è stato quello spirituale, partecipando a questi esercizi.
Da subito c’è stato un clima sereno, di silenzio meditativo, accompagnato da momenti di preghiera e di condivisione. In ogni percorso di vita, a volte, la voce di Dio, la sua luce, il suo incontro, si nasconde nel deserto delle nostre paure, angosce, dolori e sconfitte e allora, in quest’occasione, ognuno di noi partecipanti è diventato ricercatore di quella voce che da sempre, amandoci, ci dice: “Parlerò al tuo cuore”.
Un tempo, quello degli esercizi, scandito da racconti di storie di fede che, come tasselli importanti, hanno segnato la nostra memoria di cristiani, leggendo e meditando passi dal libro del profeta Osea e dal Vangelo di Luca.
La memoria ci riporta all’essenzialità dell’amore di Dio, all’autenticità di un legame generativo di padre verso ogni figlio. Ci sono ferite che abitano la nostra vita ed è proprio lì che Dio ci aspetta, perché in questa distanza personale e spirituale dobbiamo metterci in cammino, nonostante la fatica di riconoscere la sua voce, affinché diventi una “carezza” di una promessa mai mancata. Ogni nostro nome è scritto, pensato, custodito, realizzato nel cuore di Dio, affinché la nostra vita ritrovi slancio nella missione comunitaria, con fiducia, coraggio e amore.
Raffaella Di Paolo
Questa è stata la mia prima esperienza di Esercizi Spirituali.
Il nostro carissimo don Franco, attraverso la Parola di Dio e con l’aiuto dello Spirito Santo, ci ha sapientemente presentato la figura del profeta Osea, il quale ci racconta una storia d’Amore, l’Amore di Dio per il Suo popolo, la Sua creatura. Ci presenta un Dio ferito dall’allontanamento del Suo popolo che si lega ad altri dei, e con la pazienza di Padre, come nella parabola del Padre Misericordioso (Lc 15,11-32), aspetta che il figlio, la sua creatura, si ravveda e ritorni da Lui, per abbracciarlo, perdonarlo e non lasciarlo più.
Fondamentali sono stati anche gli spunti di riflessione di don Salvatore. Quella che più mi ha segnato è stata la riflessione sulla Ferita. Tutti ci portiamo dentro una ferita che può essere personale, ma anche spirituale. La ferita è ciò che ci rende veri, è un varco attraverso cui Dio entra e trasforma il nostro dolore. La ferita ci dice che siamo fragili, ci dice che siamo vivi, ma soprattutto, che siamo attesi.
Il clima di silenzio nel quale siamo entrati fin dall’inizio, ci ha permesso di entrare nel profondo degli Esercizi Spirituali.
E poi, quella carezza, segno fatto durante una condivisione, la porterò per sempre nel mio cuore: la Carezza di Dio attraverso le mani paterne del nostro Vescovo.
Ringrazio il Signore, che attraverso don Franco, don Salvatore e l’equipe della nostra Diocesi, mi ha fatto sperimentare la grandezza del Suo Amore. Grazie
Pino Buono
Siamo Giancarlo e Rosaria della parrocchia della Cattedrale di Sorrento e per noi questa è stata la prima esperienza di partecipazione agli esercizi spirituali. Siamo una coppia di sposi dal 1979 con un bagaglio di esperienza di vita molto interessante; proviamo a condividere le tappe più importanti della nostra vita come premessa dell’incontro con voi. Giancarlo, comandante per 42 anni, con una vita lavorativa turbolenta ma appassionata ed io, Rosaria, immersa in una comoda e protettiva vita in penisola. Tanto amore, tanta serenità, situazioni difficili e ostacoli affrontati sempre insieme, due figli bravi e un bravissimo ragazzo ucraino che entra nella nostra vita 35 anni fa dopo la tragedia di Cernobil, ora uomo sposato con tre figlie e professore di fisica… E poi maggio 2013: evento straordinario che sconvolge e cambia la nostra vita; perdiamo il figlio primogenito Giovanni in modo violento e inspiegabile e restiamo in una situazione di dolore nuova e terribile insieme all’altro figlio Renato, sua moglie dolcissima e due amatissimi nipoti.
Ci salvano la chiesa, la famiglia parrocchiale, il nostro parroco e don Franco che viene a trovarci e fa un’intervista parlando della tragedia, del mistero da accettare e della grande disponibilità umana e sociale di nostro figlio che non deve andare perduta. Giancarlo spesso paragona questo momento della nostra vita a una tempesta che si abbatte su una nave, cosa si fa in questi momenti? si rallenta l’andatura, ci si mette alla cappa e piano piano si attende che il mare ritorni calmo. E così abbiamo fatto, attingendo risorse da tutti, accettando aiuti ed ancore dalle relazioni umane e aspettando lo Spirito. Siamo stati esauditi e la ferita è diventata sorgente di vita; il nostro stile di vita è cambiato, le nostre priorità sono cambiate, la nostra attenzione si è rivolta a noi ma più spesso agli altri. Ed eccoci qui a partecipare agli incontri con la speranza di avvicinare la terra al cielo… ci siamo riusciti? Abbiamo colto certamente opportunità nuove grazie a don Franco, fine commentatore di un testo difficile del profeta Osea, e grazie a don Salvatore, acuto conoscitore delle fragilità dell’animo umano.
Questi tre giorni, dice Giancarlo, passati nel silenzio e nella calma del centro beneventano La Pace, sono stati illuminanti. Ci hanno fatto vivere la piena libertà. Era tutto aperto, non si doveva chiedere nessun permesso, né ai volontari del centro né agli organizzatori degli incontri, né dar conto al proprio compagno di vita, ma confrontarsi solo con se stessi, nel silenzio e nella pace, sperimentando che anche in solitudine c’è sempre qualcuno che ti ama.
Torniamo a casa più inquieti, come sempre quando incontri la parola di Dio, ma ancora più ostinati a cercare di raggiungere il regno dei cieli già qui in terra. Grazie, grazie, grazie.
Giancarlo e Rosaria Antonetti
Scarica le meditazioni









