14 Agosto 2026

Tanzania e Kenya, una nuova Odissea: giovani volontari in cerca di “casa”

Il diario di bordo dei volontari

Il Racconto dei volontari

Tanzania – Zenethi, 4 agosto 2026

Mentre nelle sale italiane é uscito l’ultimo film di Nolan, uno sparuto gruppo di giovani è partito per scrivere un’altra storia negli annuali. Una storia diretta non da un regista di cinema, ma da un “Regista divino”. Accompagnati da Suor Elisa Schiavo dell’Istituto delle Suore Alcantarine e da Suor Janeth Castro dell’Istituto delle Suore dell’Immacolata Concezione di Ivrea, i ragazzi del progetto Missio Giovani e della Diocesi di Castellammare-Sorrento sono partiti per una missione umanitaria in Africa.

Valigie piene di doni
La proposta, lanciata in diocesi da Don Antonio d’Urso non è delle più comuni: trascorrere il periodo di stacco dallo studio e dal lavoro al servizio degli altri.
Le valigie sono state preparate con cura: medicinali, cartoleria, generi alimentari. Tutto acquistato e donato grazie alla generosità di amici e parenti che hanno accompagnato i giovani missionari con preghiere e sostegno concreto.

Le motivazioni di una partenza
Le ragioni di questa “odissea” sono tante e diverse: c’è chi cerca autenticità, chi vuole tornare con più consapevolezza in Africa dopo le esperienze fatte a Kawe (in Tanzania) o a Bikop (in Camerun), chi desidera mettere in pratica negli ambiti assistenziale, pedagogico e sanitario ciò che sta studiando, e chi vuole finalmente realizzare un sogno custodito da tempo.
La partenza non è stata semplice, ma le difficoltà, si sa, uniscono e preparano il cuore a ciò che cambia la vita.

Il viaggio
La sveglia è scattata all’alba. Tra una frittata di pasta preparata dalle nonne per alcuni e un viaggio già iniziato il giorno prima per altri, alle ore 11 del 4 agosto tutti si sono ritrovati all’aeroporto di Fiumicino. Per molti è stato il primo incontro. A fare da collante subito l’assenza di pregiudizi, la curiosità reciproca e un fine comune. Per alcuni quello per l’Africa è il primo volo intercontinentale, per altri è un ritorno, per altri ancora una promessa mantenuta. Dopo circa 10 ore di volo e lo scalo al Cairo, dove tra una partita a carte e uno spuntino si è iniziato a percepire il gusto di essere “minoranza” in una cultura diversa, il gruppo è atterrato in Tanzania. Non sono mancati gli imprevisti: visti da completare e ruote di valigie perse nei trasferimenti. Ma grazie alla collaborazione di tutti, ogni cosa si è risolta.

Arrivo a Zenethi: “Benvenuti a casa”
Ad attenderli in aeroporto un gruppo di suore e Michele Vanacore giovane della diocesi già in missione. Madre Anastasìa, Suor Caritas e Suor Ruth hanno compiuto due ore di viaggio per accoglierli e hanno disposto una colazione abbondante nella loro casa di Kawe. Ospitati con il calore tipico delle opere di misericordia, i missionari hanno visitato la casa, ordinata e piena di bambini festanti, prima di affrontare le successive ore di pullman. Il mezzo, carico più di valigie che di persone, ha attraversato per ore il sinuoso paesaggio collinare della Tanzania. Dai finestrini i giovani hanno iniziato a respirare l’Africa: il rosso della terra, il verde della vegetazione, i colori dei mercati, le donne con i bambini legati sulla schiena. E soprattutto volti schietti, la condivisione del poco, la fiducia reciproca. Sette ore di strada, con soste per i controlli e per le cadute delle taniche d’acqua legate in cima al pulmino. Per dissetarsi, l’autista ha sostato per bere del latte di cocco direttamente dalla noce e gli italiani hanno assaporato il liquido zuccherino della canna da zucchero: sapore nuovo per i denti deboli degli occidentali.

A casa
Dopo quasi 34 ore complessive di viaggio, il gruppo è giunto a destinazione. Ad accoglierlo i balli festosi delle postulanti delle Suore dell’Immacolata Concezione, che da gennaio si preparavano a questo arrivo. Madre Anastasìa ha consegnato a Suor Janeth e Suor Elisa le forbici per il taglio del nastro: è iniziata ufficialmente la vita della comunità missionaria a Zenethi. Sulle porte delle stanze la scritta “Karibuni” = Benvenuti. Sui letti piccoli pensieri. In cucina pasti abbondanti. Alla sera canti e condivisione. Da oggi fino al 21 agosto questa sarà la casa di Sr. Janeth, Sr. Elisa, Beatrice, Bianca, Chiara, Daniela, Elvira, Gabriele, Ilaria, Miriam, Nadia, Rossana, Teresa. Il viaggio fisico è terminato. Quello del cuore inizia ora. Al prossimo articolo, con le prime testimonianze dalla missione.

Tanzania – Zenethi, 17 agosto 2026

Trascorsa più di una settimana dall’arrivo della missione presso la casa di Zenethi, anche detta Zeneti, 11 giovani accompagnati da Sr. Elisa e Sr. Janeth si sono inseriti in una realtà molto diversa da quella di provenienza.

Un altro ritmo
L’orologio, come di consueto, segna il tempo che scorre inesorabile ma tutto in terra d’Africa ha un andamento diverso da quello della vita nel vecchio continente. Sembra che le giornate “suonino” una musica differente e che le persone del posto abbiano pienamente la padronanza di passi di danza che il volontario italiano deve imparare ad osservare e fare propri, almeno per il tempo di permanenza in Tanzania. Essere in missione significa infatti _“porsi in una condizione di parità rispetto all’altro che si incontra, lasciandosi coinvolgere dalla quotidianità proposta, entrando in punta di piedi nella vita altrui per portare anche in situazioni complicate la vicinanza, l’amore e il concreto aiuto del messaggio evangelico”._ La missione diventa così un modo di trovare Gesù insieme.

Il tempo della festa
La gioia dell’accoglienza africana nei confronti dei missionari non è scemata con lo scorrere dei giorni e, nonostante le numerose incombenze e mansioni, non sono mai mancati i momenti di festa: come dice suor Albina “oggi possiamo festeggiare, domani chissà” In questi pochi giorni è stato possibile celebrare tre onomastici – padre Domenico, Chiara e Sr. Ruth – un compleanno, quello di Madre Anastasìa, e l’arrivo della “Mamma” Provinciale. C’è stato anche tempo per improvvisare una “non festa”, per la voglia dei volontari di fare a loro volta una sorpresa alle suore che li hanno accolti così bene! Tre devono essere le caratteristiche per una buona riuscita della celebrazione: *l’organizzazione comune dei partecipanti a favore del festeggiato, una torta e musica su cui ballare fino a che le gambe cedono.*

Giornate senza orario
L’organizzazione delle giornate è ben lontana da quella a cui si è abituati: gli orari, i tempi e i compiti seguono il naturale scorrere della notte e del giorno senza che ritardi o anticipi siano oggetto di preoccupazione o ansia. Questo modo di fare tuttavia crea fraintendimenti e un po’ di spaesamento per chi è abituato a schedule più delineate. Aiuta però a lasciare le redini e a comprendere che, nella certezza della collaborazione di tutti e dell’aiuto della Provvidenza, si può surfare anche l’imprevisto.

Le opere quotidiane
I missionari, nella quotidianità, sono stati coinvolti in prima persona nella vita dell’istituto e della comunità. Tra le opere compiute vi sono: l’assistenza al personale medico del dispensario dei padri passionisti, lezioni di italiano alle postulanti, l’intrattenimento ricreativo dei bambini della _St. Joseph school,_ l’insegnamento della catechesi nelle scuole pubbliche di Zeneti e dei villaggi circostanti, le attività di accompagnamento casa-scuola dei minori e l’aiuto alle suore nelle attività quotidiane, tra cui curare le stalle, gli orti e il servizio in cucina e refettorio. A queste occupazioni si è aggiunta la collaborazione nella costruzione della parrocchia di Zenethi. La postulante Cecilia spiega infatti: _“la gente del posto, sebbene molto povera, desidera avere una chiesa parrocchiale. Le celebrazioni, infatti, si tengono ad ora nella chiesa dei Passionisti lontana dal villaggio, mentre sarebbe bello che anche i più anziani potessero partecipare alla vita di preghiera collettiva”. Partecipano proprio tutti: i bambini della scuola con i fratellini più piccoli portano i sassi meno pesanti o smuovono la terra con i piedini; i musulmani si sentono parte del progetto e anche le persone anziane o con problemi psicofisici non si esimono dal rendere il proprio contributo.

Volti e contrasti
L’impatto con la realtà africana è stato forte per molti dei volontari alle prime armi: l’acqua centellinata e le docce fatte coi secchi; l’elettricità e le connessioni non sempre presenti; la volontà di tutte le persone dei villaggi di stare insieme e di pregare insieme; i bimbi con gli occhi pieni di sogni e fiducia nell’avvenire nonostante i vestiti malandati e i piedini scalzi che si feriscono sulle strade di terra battuta. La diversità di stile è notevole: non è paragonabile alla realtà italiana quella di persone abituate a vivere con il corrispettivo di meno di due euro al giorno.  Ma questo per gli abitanti non è sintomo di povertà: un corpo coperto, la pancia piena, e un villaggio su cui contare sono infatti elementi che indicano la vera ricchezza. Per i giovani italiani, aiutare nella costruzione della chiesa è stato scherzosamente rinominato “lavori forzati”. Per i tanzaniani, invece, è un compito da portare a termine insieme per un bene più grande.

Jace Joctan
Quanto alle attività a contatto con i più piccoli è difficile fare un sunto delle sensazioni. La stanchezza di svegliarsi all’alba per portarli a scuola o il sentimento di compassione cedono il passo alla gioia contagiosa con cui accolgono chi è diverso: _“Rimani sempre qui, voglio portarti a casa con me”_ dicono alcuni, altri tirano schiaffi sulle mani dei volontari per vedere che la percossa fa arrossare la pelle “bianca”. Il cuore va in particolare a un bimbo della scuola _St. Joseph_:Jace. Ha 5 anni, è un grande osservatore, ed è abituato a parlare inglese. Purtroppo le sue gambe non gli consentono di camminare e per questa ragione è escluso dalle corse e dai giochi, anche se i compagni di classe fanno a gara per portarlo sulla schiena. Preso in braccio dai volontari ha potuto ballare, andare sulle giostrine, rincorrere le bolle di sapone. Nonostante le preoccupazioni per il suo futuro, un giorno partecipando a queste attività ha esclamato _“I am so happy”._ Questa è stata la ricompensa più grande per tutto l’impegno profuso.

Tra Tanga e Mikumi
Il lavoro dei volontari è stato premiato con del tempo libero per una gita a Tanga e un safari al parco nazionale di Mikumi. La prima escursione è stata svolta insieme a gran parte delle postulanti e alle suore della casa di Zenethi. Per molte di loro e per i missionari vi è stata la possibilità di vedere per la prima volta l’Oceano Indiano, la casa dell’arcivescovo della diocesi e di immergersi nella baraonda dei mercati africani alla ricerca di stoffe e spezie colorate. La seconda è stata un’avventura nell’avventura. Il viaggio, durato quasi sette ore, è stato effettuato in una jeep di quattro metri dove ai 13 missionari si sono aggiunti suor Veneranda e frate Longhino. Sr. Elisa era seduta su un contenitore di popcorn e le gambe di tutti erano così unite da divenire un groviglio inestricabile. La fatica è stata ricompensata dall’accoglienza della casa delle suore dell’Immacolata Concezione di Morogoro e dalla bellezza delle montagne. Da lì il tempo di percorrenza per arrivare al parco avrebbe dovuto essere di circa trenta minuti: ma i tempi africani, come già detto, sono diversi… così l’arrivo è stato due ore più tardi rispetto alla partenza delle 4:30 del mattino. Gli sforzi sono stati ricompensati dalla vista di tutti i grandi mammiferi presenti nel parco e dal divertimento di andare velocemente sulle jeep scoperte.

Il ritorno e la preoccupazione del futuro
Il pensiero corre avanti, e nonostante le fatiche per abituarsi alla vita africana siano state molte, la malinconia si affaccia nelle menti di molti volontari… il timore di lasciare questa spensieratezza e libertà del cuore, stimolata dalle meditazioni delle due mentori, e tornare in una realtà conosciuta e schematizzata genera spavento. Ma come insegnato, ogni giorno va vissuto e ogni giorno ha la sua “pena”. Così per ora si gode appieno dell’oggi, e si rimane in fiduciosa attesa di vivere con lo stesso spirito i rimanenti giorni. Mambo a tutti!

Tanzania – Zenethi, 20-21 agosto 2026

Gli ultimi istanti di permanenza a Zenethi hanno avuto il sapore dolce-amaro sia per i missionari, sia per le suore e le postulanti. Tutti sono stati consapevoli dell’imminente fine dell’esperienza di condivisione.

Giornate piene fino all’ultimo
Le giornate sono scorse con gli stessi ritmi, ma diversa è stata la voglia degli italiani di alternarsi nelle attività di assistenza per vivere un’esperienza a 360 gradi e godere di ogni istante di quella quotidianità rurale. Sebbene alcuni dei giovani abbiano avuto il desiderio di tornare a casa, il cuore della maggior parte si è fatto più pesante man mano che si è avvicinata la data della ripartenza.
Non c’è stato solo il dispiacere di lasciare un ambiente di pace, ma anche il timore di rientrare nella propria quotidianità con tutte le difficoltà messe da parte. Ciò non ha tolto ai missionari l’entusiasmo nello svolgimento delle mansioni. La forza è scaturita dallo spirito dissetato dalla Parola e dal desiderio di riempire gli occhi e il cuore dell’aria d’Africa, dei colori e dei luoghi diventati familiari.

Saluti e silenzi
Anche i volti sempre lieti e sorridenti delle giovani postulanti si sono fatti più seri e taciturni. Alla domanda “come va?” la risposta è stata un formale “tutto bene”, ma gli occhi si sono abbassati e l’espressione ha tradito lo stato d’animo rattristato.

“Sentiremo molto la vostra mancanza” hanno confessato. Alcune con profonda mestizia, altre con una determinazione diversa, poggiata sull’accettazione del “lasciare andare” e sulla speranza di tenersi in contatto e di potersi rivedere un giorno.

Le giornate sono quindi corse veloci, ma non tanto da impedire di far confezionare ad una sarta, appositamente chiamata, gonne e vestiti con le stoffe africane. Né di partecipare ad una serata di saluti – un po’ alla Bear Grylls, per essere onesti – ospitati dai Padri Passionisti.

I momenti più commoventi
I momenti più intensi sono stati i saluti: tra i missionari, alla clinica, con le suore e con i bambini.

Riuniti davanti all’altare della cappella dell’istituto, i giovani volontari hanno ricevuto dalle guide, Suor Janeth e Suor Elisa, un “seme” tratto dalle letture che hanno scandito le meditazioni del periodo di missione. Hanno condiviso la gratitudine per i giorni donati e per gli incontri con persone simili per sensibilità.

Giovani che erano quasi sconosciuti, in meno di venti giorni sono diventati “casa” gli uni per gli altri.
Altro momento di grande commozione è stato il saluto ai bambini e ai docenti della St. Joseph School. Disposti in file ordinate per classi, i piccoli tanzaniani hanno cantato i propri ringraziamenti ai volontari in italiano, inglese e swahili. Il commiato è stato difficile. I bimbi hanno appreso nuove culture e nuove musiche dai volontari, ma hanno anche insegnato ai giovani italiani a tornare bambini: la bellezza della spontaneità e il non prendersi troppo sul serio, mostrando la propria felicità.

Verso casa: Bagamoyo e Kawe
Preparate le valigie, colme di prodotti locali per sé e per le suore dell’Immacolata Concezione di Ivrea che vivono a Roma, giovedì 20 alle otto del mattino tutti sono stati sul pulmino, pronti – o quasi – al viaggio di ritorno. Tra pantaloni messi ad asciugare prima fuori dal finestrino e poi sul cruscotto, e la scomodità del mezzo che non ha consentito di giocare a lupus, il gruppo ha fatto a pranzo una sosta a Bagamoyo. La bellezza naturalistica della città costiera si è scontrata con la sua storia fatta di traffici di persone. Sulla sabbia dorata, soffice come borotalco, sono rimaste conchiglie variopinte, raccolte dai volontari che hanno goduto dell’incanto del luogo e del refrigerio dell’acqua dell’oceano sui piedi nudi. Dopo una frittata di pasta si è ripartiti in direzione Kawe, dove l’accoglienza è stata preparata non solo dalle suore del luogo, ma anche dalla Madre Provinciale e dall’altro gruppo di volontari. Il contrasto è stato netto. Provenienti dalla campagna e ormai abituati all’odore della terra e a quello chimico del repellente per insetti, vedere compaesani vestiti di tutto punto e profumati è stato un primo “schiaffo” di rientro ad una realtà più cittadina. Dopo una merenda e un giro nelle strade polverose e nel mercato della città, i volontari di Zenethi sono tornati alla base, dove è stata organizzata una festa per il compleanno di Don Pasquale. La torta è stata molto diversa da quelle tipiche di Zenethi, fatta con panna montata, e ad accompagnarla c’è stato uno spumante dolce: un vero lusso. La voglia di festeggiare c’è stata, ma la stanchezza si è fatta sentire e la maggior parte ha preferito riposare in previsione del lungo viaggio ancora da affrontare. A mezzanotte il pulmino è ripartito. Dopo una sosta alla casa dei Padri Passionisti, i missionari si sono diretti all’aeroporto, pronti per l’attraversata.

Epilogo
In chilometri la distanza percorsa è stata moltissima, ma quella percorsa dal cuore è stata ancora di più.
Tornati a casa, tutti – o quasi – sani e salvi, non resta che dire una cosa: ASANTE SANA TANZANIA e grazie a voi, cari lettori, per aver condiviso questo viaggio con noi tramite le righe di questi articoli!

Kenya, 11 agosto 2026

Il nostro viaggio sembrerebbe essere iniziato così, con un percorso lungo, fatto di aerei, scali, valigie e tante ore di pullmino. In realtà, il viaggio è cominciato molto prima di arrivare a destinazione. È iniziato nei sorrisi scambiati durante quelle interminabili ore, nelle chiacchiere, nella stanchezza condivisa e in quella strana sensazione di essere parte, fin dal primo momento, di qualcosa di più grande. Persone diverse, con storie diverse, eppure già in quelle prime ore si è creata un’unione speciale. Quella solidarietà spontanea di chi sapeva di stare per vivere qualcosa che avrebbe lasciato il segno. Appena atterrati, prima di proseguire il viaggio verso Rakwaro, la comunità delle Suore di Ivrea di Nairobi ci ha accolto con musica, sorrisi e un calore capace di farci respirare subito un’aria nuova. Un abbraccio che ci ha fatto sentire a casa, anche lontano da casa. È difficile spiegare quella sensazione: è quell’amore tra sconosciuti che, quasi senza accorgersene, sembrano conoscersi da sempre. Un amore che non ha bisogno di troppe parole, perché nasce dalla condivisione di qualcosa di profondo: la fede, il desiderio di mettersi a disposizione e la voglia di aiutare. E forse è proprio questo che, giorno dopo giorno, stiamo imparando: le esperienze più importanti non hanno sempre bisogno di grandi gesti. A volte entrano nella nostra vita nel silenzio, nella meditazione, nella preghiera. Entrano attraverso un sorriso, mentre si apparecchia una tavola per tutti, nel prendersi cura dell’altro, nel fermarsi ad ascoltare. Entrano nelle cose semplici: nelle ciabattine rotte, in una mano tesa, in un abbraccio. In quel sorriso che, per un istante, riesce a farci dimenticare la stanchezza e ci fa sentire finalmente vivi. Forse il senso di questo viaggio è proprio qui: imparare a riconoscere ciò che conta davvero. Scoprire che, quando ci si mette in cammino con il cuore aperto, si riceve molto più di quanto si pensava di poter dare. E siamo solo all’inizio.

Kenya, 19 Agosto 2025

Ci sono giornate che restano nel cuore per le emozioni e l’impronta che lasciano dentro di noi. Il nostro Ferragosto, nonché Solennità dell’Assunzione di Maria al cielo, in Kenya è stato proprio così: una giornata speciale, vissuta all’insegna della solidarietà e della condivisione.

A volte partiamo pensando di avere qualcosa da donare e torniamo scoprendo di aver ricevuto molto di più.

È quello che è successo a Makalder, davanti agli occhi e ai sorrisi dei bambini dell’orfanotrofio. I giochi e i vestiti portati dall’Italia erano il nostro piccolo dono, ma sono stati i loro sorrisi, la loro voglia di giocare e la semplicità di stare insieme a lasciare il segno più profondo. Anche una torta a forma di cuore preparata dalle suore per il nostro pranzo insieme è diventata il simbolo di un’accoglienza sincera, senza bisogno di molte parole.

A Kadèm abbiamo incontrato un’altra forma di condivisione: quella della fede. Le reliquie di Antonia Maria Verna, fondatrice delle Suore di Ivrea, hanno accompagnato una celebrazione fatta di canti, danze e preghiere. Un momento capace di unire persone, culture e storie diverse in una stessa comunità.

Ma è forse davanti alla scuola del villaggio che abbiamo compreso meglio il significato di tutto ciò che stavamo vivendo. Dietro quelle mura non c’è soltanto una costruzione, ma una storia fatta di speranza, sacrifici e perseveranza. Quando sembrava impossibile terminare i lavori in tempo, una donazione arrivata inaspettatamente ha permesso alla scuola di aprire per l’inizio delle lezioni.

E in quella scuola abbiamo visto anche il volto di suor Koleta: la sua determinazione, la sua fede e la sua ostinazione nel continuare a credere che qualcosa di buono fosse possibile. Non ha mai smesso di guardare avanti, anche quando i mezzi sembravano non bastare.

Forse è proprio questo che ci ha toccato di più: scoprire che la speranza non è aspettare che le cose accadano, ma continuare a costruirle, un passo alla volta.

E alla fine, ancora una volta, sono rimasti i bambini. La loro gioia, così semplice e così vera, ci ha ricordato quanto poco possa bastare per rendere felice qualcuno e quanto, invece, quei momenti possano arricchire profondamente chi li vive.

Questa giornata ci ha lasciato molto più di fotografie e ricordi. Ci ha regalato incontri, emozioni e la consapevolezza che la vera festa nasce quando si ha qualcosa da donare e qualcuno con cui condividere la gioia.

Kenya, 28 agosto 2026

Condividiamo le parole di ognuno dei giovani sull’esperienza vissuta a Rakwaro perché così possiamo toccare con mano che siamo invitati a guardare oltre il semplice racconto di un viaggio. In ciò che hanno condiviso emergono incontri, emozioni, difficoltà e scoperte che hanno lasciato un segno profondo. Tornare da un’esperienza così significa, in qualche modo, portare con sé volti, storie e domande che continuano a parlare dentro. È proprio attraverso le loro condivisioni che possiamo cogliere quanto l’Africa non sia stata soltanto una terra attraversata, ma un’esperienza capace di cambiare lo sguardo e il cuore.

Credo che ci siano esperienze che non si limitano a passare nella nostra vita, ma che ne cambiano la prospettiva.

L’Africa mi ha ricordato che non serve avere grandi risposte, né la presunzione di poter salvare il mondo. A volte basta esserci. Basta fare qualcosa insieme e scoprire che, in quel piccolo gesto, c’è già molto più di quanto pensassimo.
L’Africa mi ha insegnato il valore della comunità, del sentirsi parte di qualcosa, del fare spazio all’altro e del comprendere che ciò che conta davvero non è quanto riusciamo a fare, ma quanto cuore mettiamo in quello che facciamo.
All’Africa, che vive anche senza di noi e che non ha bisogno di essere salvata.
All’Africa che, forse, siamo noi ad aver bisogno di incontrare.
All’Africa che ti apre il cuore, ti si infila dentro in punta di piedi e poi non se ne va più.
Giulia

L’ opportunità dell’esperienza in Africa è la conferma che il Cristo, quello che si sente forte nelle missioni, e che tutti i giorni ci accompagna nelle nostre vite, non è di troppo parole.
Non è uno showman, non si presenta in opere sensazionali ma nella semplicità. Non ha bisogno di convincerci o dare risposte alle nostre infinite domande.
È il cristo della presenza costante e silenziosa, della verità che si mostra senza fretta (pole-pole) nel tempo, con leggerezza ed essenzialità.
É il Cristo dell’abbraccio, come rappresentato nella piccola chiesa di Rakwaro, dell’accoglienza e della comunione.
Ci ricorda che la vera vita sta nel sentirsi tutti fratelli e sorelle.

Giuseppe Di Paola

Per quanto credo sia importante dare un nome alle cose, ci sono sensazioni, vissuti, esperienze che non è facile nominare per non rischiare di rendere il tutto troppo semplice, riduttivo, non aderente.
L’Africa è stata così. Troppa e poca, ricca e povera, piena e vuota, meravigliosa e agghiacciante, così tante cose insieme da non poterne scegliere solo alcune per dire cosa ha significato camminare quella terra, guardare dentro quegli occhi, tenere strette quelle mani. Oggi, forse per la prima volta, considero la difficoltà nel riuscire a raccontare una ricchezza

Maria Luisa

Prima di partire credevo di sapere qualcosa: cosa avrei potuto trovare, cosa avrei potuto fare, in cosa sarei potuta essere utile, ma soprattutto dove pensavo di non riuscire ad arrivare. La missione, invece, ti sorprende sempre e stravolge i tuoi piani: per me niente ambulatori, siringhe o farmaci, ma panche da scartavetrare, tetti da riparare e luoghi e odori da scoprire.
È nelle piccole cose condivise, negli abbracci e negli sguardi, nei balli e nelle carezze con i bambini, nelle chiacchiere con le persone disposte a raccontarti la propria vita e ad aprire le porte delle proprie case che leggo la presenza di Dio.

Antonella

Sono partita pensando di poter dare qualcosa agli altri, di aiutare, di lasciare un piccolo segno. Invece, alla fine, mi sono resa conto che sono stata io a ricevere molto più.
Ho percepito tanto amore, dolcezza e gioia, ma anche emozioni profonde, difficili da raccontare a parole. Sensazioni che spero di custodire, perché hanno lasciato un segno importante dentro di me.
Torno a casa con il cuore pieno e con la consapevolezza di aver vissuto qualcosa di davvero speciale, molto più intenso e significativo di quanto avrei mai potuto immaginare. Un’esperienza che sono certa porterò con me per sempre.
Ludovica

Sono partito convinto che il mio posto fosse quello di chi dà. Volevo offrire il mio tempo, le mie energie, la mia disponibilità. Solo vivendo quell’esperienza ho capito che ogni incontro era in realtà un dono anche per me. Tornando a casa ho avuto la sensazione di aver ricevuto molto più di quanto avessi donato. E forse è proprio questo il regalo più bello che l’Africa mi ha lasciato.
Salvatore

Sono partita da qui dicendo: chissà in cosa posso essere utile. Invece la missione cambia ogni tua aspettativa,vedendo come piccoli gesti possono donare un sorriso.
Come momenti di condivisione, giochi, balli e abbracci con i bambini hanno reso ogni giorno sempre più speciale.
Torno a casa a mani vuote di cose, ma il cuore ricco. Grazie a chi mi ha fatto capire tutto ciò, che anche un semplice abbraccio vale più di mille cose.
Giusy

Parlare di ciò che ho vissuto mi fa ancora tremare la voce, perché ho il cuore pieno di emozioni che sto imparando a custodire piano piano. Guardare negli occhi quelle persone, stringere le mani di quei bambini ed entrare, anche se per poco, nelle loro vite ha cambiato la mia prospettiva. L’Africa forse è proprio questa: un modo nuovo di guardare il mondo, che ti insegna a meravigliarti per le piccole cose, scoprendo che proprio lì si nasconde la bellezza più grande.
Desiré

Mungu ni mwema, Dio è grande!
E in Africa ne ho fatto esperienza concreta: nelle mani operose delle Suore e dei miei compagni di viaggio, negli occhi luminosi dei bambini e nelle loro risate sincere, nei canti pieni di gioia che scandiscono le giornate, in quella terra rossa che spesso diventa casa, strada e rifugio, nei cuori grandi e accoglienti delle persone del posto. L’ho visto nei gesti semplici, nella gratitudine, nella condivisione e nella forza della speranza.
E l’ho ritrovato in un crocifisso di legno che, con le sue braccia aperte, sembra voler abbracciare ciascuno di noi, ricordandoci che non siamo mai soli.
Annamaria

“Tutto si aggiusta con il poco che c’è”, recita il nostro inno.
Ed è stato un po’ il motto e il modo di vivere di questa fantastica avventura.
Tutti sanno che l’Africa è un continente difficile, dal fascino ineguagliabile.
Quello che quasi nessuno ti racconta è che può essere anche un luogo capace di curare ferite che ti portavi dentro.
Un luogo dove un bambino, senza saperlo, diventa il tuo “dottore” e il suo sorriso la tua “cura”.
Dove la mano tesa di uno sconosciuto rafforza la convinzione che il mondo sia ancora pieno di persone buone e dove il “pole pole” ti disintossica dalla frenesia del mondo da cui vieni.
Sono partito pensando di poter aiutare, senza sapere che saremmo tornati con qualcosa di aggiustato anche dentro di noi perchè “Tutto si aggiusta con il poco che c’è”.
Giuseppe Persico

Cara Africa,
è la seconda volta che i miei passi hanno seguito il richiamo della tua terra rossa.
Sono partita per donare e donarmi ancora ma lungo il percorso ho raccolto inaspettatamente “qualcosa” di più grande.
Ho raccolto fiori fatti di sorrisi e occhi dolci, gentilezza, sacrifici, resilienza e fede, musica, gioia, amore gratuito e soprattutto tanta UMANITÀ.
Torno a casa con la consapevolezza che ancora una volta hai rubato il mio cuore, l’hai schiacciato forte, agitato e riempito di nuove emozioni.
Infine me l’hai restituito, è ancora mio ma non è più lo stesso di prima.
Asante sana, tutaonana.
Lucia

Difficile trovare delle parole per raccontare la fine del nostro viaggio quando siamo ancora con il cuore li ma ripensando a quei momenti mi accorgo di quante cose siano cambiate.
Mi fermo a riflettere su quanto sia stato bello emozionarsi vedendo dei sorrisi veri sul volti di bambini che neanche ci conoscevano, sulla bellezza di sporcarsi le mani e i vestiti di quella terra, sulla capacità di arrangiarsi con il poco che c’è e su quella di adattarsi ad un modo di fare molto diverso da quello a cui ero abituata.
Questo continente che ci ha permesso di ballare, ridere, piangere con le sue persone ricche di quel “qualcosa” che difficilmente trovi altrove. L’Africa si è presa un pezzo di me ma mi ha donato molto più di quanto abbia potuto lasciare: mi ha donato le stelle, abbracci a tutti le ore, la libertà di essere me e soprattutto mi ha donato l’ Hakuna Matata a cui noi gente occidentale non siamo minimamente abituati.
Luisa

E alla fine di tutti questi racconti rimane una parola: Asante sana, che vuol dire grazie…Asante sana all’Africa, che ancora una volta mi ha insegnato la bellezza della semplicità, della libertà e dell’essenzialità. Da prete, lì ho riscoperto ciò che conta davvero: relazioni vere, un cuore più libero, una fede più concreta e la gioia delle cose semplici. E, quasi senza accorgermene, mi sono sentito a casa…insieme a questi dodici giovani!

Forse è questo il dono più grande: partire pensando di andare lontano e tornare scoprendo che una parte di casa era proprio là…mungu akipenda Africa!
A presto, Rakwaro

Tanzania – Kawe, 14 agosto 2026

Pole pole, la missione é cominciata.

La nostra missione è cominciata molto prima dell’11 agosto, quando Kawe era solo un nome sulla cartina. Nei mesi scorsi, insieme a Missiogiovani, abbiamo vissuto un percorso di preparazione e formazione: abbiamo incontrato missionari, riflettuto, pregato, condiviso aspettative, paure e studiato anche un po’ di swahili. Abbiamo iniziato così a prepararci non solo alla partenza, ma soprattutto all’incontro con persone e realtà nuove.

Nei giorni prima di partire, la missione ha iniziato a prendere forma anche nei nostri bagagli: una piccola impresa di solidarietà, logistica e pesi. Farmaci, materiale scolastico, vestiti e cibo hanno riempito le valigie, insieme alla generosità di tante persone che, pur non partendo con noi, hanno scelto di accompagnarci fino a Kawe.

L’11 agosto, alle 6 del mattino, siamo partiti da Castellammare di Stabia: sedici ragazzi, una valanga di bagagli, poche ore di sonno e un cuore in attesa. Dopo mesi di preparazione, finalmente ci siamo messi in cammino: l’emozione era tanta e le domande ancora di più.

A Roma abbiamo fatto il check-in, ritirato le carte d’imbarco e siamo partiti in direzione prima de Il Cairo e poi di Dar es Salaam.

Da quel momento il sonno è diventato praticamente un’opinione. L’adrenalina era troppa e la curiosità ancora di più. Cosa troveremo? Come sarà davvero la Tanzania? Cosa ci aspetterà a Kawe? Le domande si rincorrevano mentre, tra un aeroporto e l’altro, iniziavamo già a incontrare culture, lingue e volti nuovi.

Le ore di attesa per lo scalo ci hanno dato il tempo di guardarci intorno e renderci conto che stavamo davvero entrando in un mondo diverso. Eravamo stanchi, certo, ma troppo curiosi per non tenere gli occhi aperti.

Finalmente siamo arrivati in Tanzania. Ad aspettarci c’era un piccolo pulmino, con sedili bassi rivestiti in stoffa e un’aria tutta sua: semplice, colorato e decisamente diverso dai mezzi a cui siamo abituati.

Fuori dal finestrino, Dar es Salaam si stava svegliando. Abbiamo visto i primi bajaj, i caratteristici mezzi di trasporto locali, i mercati, le semplici case di lamiera e tante persone con la propria sacca che, “pole pole”, piano piano, iniziavano a dirigersi verso il lavoro.

Noi cercavamo di assorbire tutto: ogni strada, ogni volto, ogni dettaglio. La città, intanto, faceva semplicemente quello che fa ogni mattina: si metteva in moto. Ed è stato proprio questo il nostro primo incontro con la Tanzania: non una cartolina, ma una realtà viva, quotidiana, tutta da conoscere.

Nella comunità delle Suore di Ivrea, dove alloggeremo in questi giorni, ci aspettavano le nostre Sisters. Ci hanno accolto con canti, balli e sorrisi, trasformando in pochi minuti tutta la stanchezza del viaggio in festa.

Abbiamo anche provato a sfoderare il nostro Swahili con qualche “Karibu!” e “Asante sana!”. Il vocabolario è ancora in fase di rodaggio, ma la voglia di comunicare non ci manca.

Ora siamo a Kawe. Siamo appena arrivati e abbiamo ancora davanti tutto ciò che questa esperienza ci farà incontrare: persone, storie, volti e situazioni che oggi possiamo solo immaginare.

Siamo partiti con tante domande e poche certezze, ma con il desiderio di esserci davvero, di ascoltare e di lasciarci sorprendere. E soprattutto con la certezza che Dio cammina con noi, anche quando non sappiamo ancora dove ci porterà il prossimo passo.

Pole pole. La missione comincia da qui.

Daniela

Tanzania – Kawe, 20 Agosto 2026

La nostra esperienza missionaria a Kawe, Tanzania, ha raggiunto la sua metà. In questi giorni ci siamo immersi pienamente nella realtà locale e nei vari servizi. Il nostro impegno quotidiano si è articolato tra la gestione dei servizi interni alla missione delle suore di Ivrea e le attività di supporto all’esterno della struttura.

Nel servizio scuola abbiamo supportato le suore e il personale educativo nelle attività didattiche e ricreative del plesso scolastico interno, favorendo l’apprendimento e il gioco per i bambini della comunità. Vedere la gioia contagiosa e i grandi sorrisi dei bambini tra i banchi e nei momenti di gioco ha riempito di luce e significato ogni nostra giornata di servizio

Nei servizi farmacia, infermeria e centro medicazioni ci siamo occupati della gestione e distribuzione dei farmaci all’interno della farmacia della missione, ottimizzando le risorse disponibili per i pazienti, alla somministrazione e gestione logistica delle prenotazioni per i vaccini e curato le ferite del corpo nel centro medicazioni, occupandoci di piaghe, lesioni e bruciature.

Il servizio nel centro fisioterapico è stato un’esperienza di profonda vicinanza umana, dove la cura del corpo si è trasformata in un cammino di speranza e rinascita per i pazienti più fragili. Abbiamo assistito e affiancato il personale specializzato nei reparti riabilitativi interni, sostenendo i pazienti nei loro percorsi di recupero motorio e funzionali.

Per comprendere a fondo la storia, le ferite e le radici della Chiesa in questo paese, abbiamo vissuto un importante momento di pellegrinaggio presso Bagamoyo. La visita al museo e al monumento degli schiavi ci ha permesso di fare memoria della dolorosa storia della tratta, arricchendo la nostra consapevolezza umana e sociale. In piena sinergia con le necessità segnalate dalle suore per il miglioramento delle strutture della missione, stiamo portando avanti due specifici interventi.

La ristrutturazione dell’altare della Vergine Maria. Un intervento volto a restaurare e restituire decoro a un luogo di profonda devozione mariana per i fedeli e per la comunità religiosa ospitante. Ed il ripristino delle giostre del plesso scolastico. Un lavoro manuale di manutenzione, verniciatura e messa in sicurezza dell’area giochi, per garantire ai bambini della scuola uno spazio ricreativo protetto.

Questa prima metà del percorso ci ha permesso di toccare con mano il valore della cooperazione tra la nostra diocesi e la famiglia instancabile delle suore di Ivrea. Per i prossimi giorni l’obiettivo è completare le opere strutturali avviate e continuare il servizio quotidiano con lo stesso spirito di condivisione e fraternità. Asante sana per averci accolto e per camminare insieme a noi. Asante sana al Signore per averci permesso di essere seminatori in questa splendida terra.

Pasquale Cesarano

Tanzania – Kawe, 28 Agosto 2026

Eccoci giunti al termine di questa nostra esperienza trascorsa qui a Kawe, città della Tanzania. Esperienza che ha scaldato sin da subito gli animi di tutti, ma allo stesso tempo, saputo mettere tanto in discussione. Ultimo giorno nonché giorno di resoconti finali. Ognuno ha ben pensato di ricordare una cosa che lo ha colpito in modo particolare, ad esempio, come qui in Tanzania vivono il tempo. Il tempo è concepito come una dimensione molto dilatata per certi versi, Pole Pole direbbero loro, qui però tante volte ci è apparso strano di come non sia così vitale stare dietro l’orologio. Si cammina. Si assapora piano.

Questo è un concetto che vorrei si capisse da una cosa nello specifico: il saluto. Salutarsi in Tanzania è un atto davvero importante. Non avviene tanto per… Anche tra persone sconosciute. La gente che ci ha incontrati nei vari ambienti voleva delicatamente entrare dentro la nostra vita, chiedendoci dei nostri sogni, delle nostre professioni. I nostri sguardi venivano ricambiati spesso con un “Mambo” o con un “Habari”, Ciao/Come stai in swahili.

Un altro dato è l’affidamento. Affidarsi completamente agli altri, ma soprattutto a Dio. I tanzaniani vivono le fede come una relazione a tutti gli effetti e quindi in una visione di amore incondizionato. La loro esistenza ruota attorno la figura di Dio, Colui che ha spezzato le catene e per questo si è grati per ogni cosa ricevuta, bella o meno che sia. Il loro è un proseguire facendo la volontà del Padre sempre e comunque. Non esiste lamento né resa, sono gioiosi nonostante tutto. La gioia che abbiamo avuto modo di conoscere è la stessa che abbiamo vissuto attraverso di loro: i bambini.

Non si può non parlare dei veri artefici della felicità. Quando ripensi a loro, ti vengono in mente i loro occhi, neri, profondi più del mare e i sorrisi e gli abbracci incontenibili. Quelli sì che sanno colmare sì che sanno curare. Possiamo definirli i medici più piccoli che abbiamo conosciuto. Sono loro che hanno preso le nostre mani ancor prima che potessimo farlo noi, frammentando ogni forma di paura. Ci hanno coinvolti nei loro momenti di condivisione, nelle sessioni di disegno, nella didattica in inglese. Le mattine in cui li abbiamo trovati alle nove puntuali tutti riuniti nel cortile per il buongiorno e poi a lezione con le maestre o il pomeriggio a giocare. Qualcuno ha anche imparato qualche parola in dialetto napoletano, motivo in più per esserci sentiti uniti. Sono stati uno tsunami d’amore smisurato. Forse il più bel regalo, anzi senza il forse, che la missione ci ha fatto.

È doveroso parlare poi delle sisters, le ancelle di Dio, le quali operano a tutto tondo presso la “Casa Antonia Verna”. Dalla musicalità contagiosa, dote spiccata, il loro canto è stato balsamo per l’anima che ha arricchito e dato ritmo ai momenti più importanti della giornata. Sono state quelle che hanno aperto le porte ad un gruppo di quindici ragazzi che nulla conoscevano di questo posto, introducendoci nel loro umile universo. Dalla cucina alla farmacia, per poi passare dal centro medico, alle terapie fisioterapiche ed ancora la scuola, il dispensario, la sartoria. Il loro amore per questa terra e la sua gente è tangibile poiché è vero. Le suore di Ivrea operano senza mai fermarsi: per loro non esiste giorno, né ora. Lo stop non è contemplato. Dalla mattina all’alba già in piedi per la messa, fino a notte fonda ancora a vagare per i corridoi della Casa per vedere se fosse tutto a posto. Ti avrebbero detto: ‘’è quello da fare!’’.
Non hanno superpoteri, semplicemente ‘’Ubuntu’’. ‘’Io sono perché noi siamo!’’. Con cooperazione e silenziosa obbedienza, si mettono completamente al servizio della comunità, ciascuna con la propria dote unica e necessaria. Tutto condito dal sorriso, il loro più grande accessorio… dopo il velo!

Infine, ci sono le parole. Tante ne abbiamo udite, ma in particolare una ripetuta incessantemente ogni singolo giorno. “ASANTE!” L’abbiamo imparata ancor prima di arrivare in Africa e ce la siamo ritrovata dovunque: a fine conversazione, a tavola, a messa, ad ogni incontro con un passante, in classe con le insegnanti, con le suore, in compresenza con gli operatori della comunità ed è diventata la nostra parola preferita. Asante ha in sé una forza incredibile. Ha più carne di qualsiasi altra parola.

È la Grazia di Dio che bussa alla tua porta ogni volta che un fratello ha bisogno di te. È la consapevolezza che quello che si ha è davvero un dono. I tanzaniani sono animati dallo Spirito divino, la loro giornata è animata dallo Spirito per questo forse possono risultare e qui si azzarda un aggettivo, ‘’esagerati’’ in tutto: quando pregano, quando cantano, quando salutano, quando ringraziano. La loro esistenza è una continua offerta a Dio. Ho visto le persone ringraziare per qualsiasi cosa. Anche quella più insignificante per te, per loro non lo è. Questo vuol dire che nulla ha senso se non c’è Dio nelle cose fai. È Lui che mischia e riordina le cose in modo da formare un disegno perfetto. È il seminatore che getta il seme in un campo arido e quello germoglia. La goccia che fa traboccare quel vaso apparentemente integro.

Kawe, sei stata la nostra goccia che ha cambiato qualcosa dentro di noi per sempre. Siamo noi a dirti GRAZIE anzi ASANTE SANA, grazie alla pazienza di chi ha condiviso il proprio lavoro e il proprio tempo con noi. Grazie per aver frantumato le nostre convinzioni più forti, i pregiudizi, le preoccupazioni. Grazie per averci accolti per quello che siamo, nonostante le nostre imperfezioni, ognuno è riuscito nel suo piccolo a mettere in campo le proprie abilità. Abbiamo imparato che i nostri limiti non sono sempre un ostacolo. Ci è arrivato tanto amore. Siete stati casa, siete stati famiglia e ci scusiamo semmai abbiamo deluso qualcuno.

KWAHERI YA KUONANA (A PRESTO)

Angelica Cascone

 

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